Ti trovi qui:

Home

News

03/01/2010

La stagione lirica inaugura la nuova primavera salernitana

Cronache del Mezzogiorno

“Una carezza disfiora/la linea del mare e la scompiglia/un attimo, soffio lieve che vi s’infrange e ancora il cammino ripiglia”. E’ il vento di Maestrale, così ben schizzato da Eugenio Montale, che annuncia la primavera  salernitana, e che è divenuto talismano di piccole ebbrezze e di profumi intensi, “sotto l’azzurro fitto”, della ripresa del percorso dell’attesa stagione lirico-sinfonica del teatro Verdi. “La musica libera dall’inganno della parola” scrive Daniel Oren in epigrafe al libretto che racchiude il programma di una stagione intensa, che metterà a dura prova orchestra, coro, maestranze e pubblico del massimo cittadino. Sette titoli di cui quattro di non prontissima comunicativa quali Un Ballo in Maschera e Luisa Miller di Giuseppe Verdi, Roméo et Juliette di Charles Gounod e su tutti la Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, ai quali sono stati, giustamente, affiancati il Barbiere di Siviglia rossiniano, l’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti e la Carmen di George Bizet, offrenti agli abbonati salernitani la percezione di un ordine che riesce a catalogare sentimento e sensazioni, riconducendoli alla tranquillizzanti regole di un micro-universo risolto e funzionante; un vero tuffo cartesiano in acque profondissime, un rischio, che Daniel Oren e Vincenzo De Luca hanno affrontato grazie alla massima fiducia nel proprio pubblico, cresciuto musicalmente in questi quattro anni, pronto per prendere parte a quel luogo non più immaginifico, un teatro dal respiro europeo, attraverso una presenza e un’azione fronteggiante le acque mosse del sogno con il timone della semplicità, il linguaggio plurilinguista della musica. Certo Daniel Oren si è affezionato alla sua squadra: Celso Albelo, Lorenzo Regazzo, Hui He, Annick Massis, Carlo Striuli, Leo Nucci, Dimitra Theodossiou, Marcelo Alvarez, e tra i registi Renzo Giacchieri, Gigi Proietti, Riccardo Canessa, una scuderia ben collaudata, in cui quest’ anno saluteremo delle new entry quali Daniela Dessì e Fabio Armiliato, Anita Rachvelishvili, Ekaterina Siurina e il giovanissimo Matteo Macchioni, direttamente dalla trasmissione Amici. Variegato anche il programma concertistico, in cui è stato finalmente infranto il dominio assoluto di archi e pianoforte, strumenti di ascendenza borghese, apollinei, a favore di clarinetto, oboe, fagotto e flauto, strumenti a fiato dai suoni insinuanti, discendenti da quell’aulos, barbaro, orientale, gettato via dalla dea Atena indispettita, poiché il suonarlo le deformava il volto, strumento che al tempo dei Greci escludeva il canto e, forse, il dire. Si esibiranno a Salerno il clarinettista Giampiero Sobrino, l’oboista Luca Vignali, il flautista Carlo Macalli, suonatori di queste “canne bucate” i cui effetti equivalgono a quelli propri del discorso filosofico, ma “libero dall’inganno della parola”. Le sorprese riservateci da Daniel Oren non sono finite, i melomani, divisi per il primo anno in due abbonamenti da quattro opere e due concerti l’uno, per ben sei turni di spettacoli, avranno il piacere di ascoltare il violino aristocratico ed eclettico di Pinchas Zukerman,  le tastiere di Grigory Sokolov, maestro incontrastato delle dinamiche, con il  suo “pianissimo”  irraggiungibile e Alexei Volodin,  dal suono smagliante, eroico, amante del canto proclamato, quasi martellato; e ancora Josè Carreras, i Wiener Kammerensemble, un galà barocco, tributo alla voce regina di Carlo Broschi, detto il Farinelli, affidato al controtenore Matthias Rexroth e alla bacchetta, un po’ a sorpresa, di Daniel Oren, il Concerto per la Pace della Israel Symphony Orchestra Rishon-Lezion, sino a giungere, in questa rassegna comprendente tredici concerti, al simbolo del tempo del musicista totale, Stefano Bollani. Teatro, tempo, totalità, ove il termine tempo vuole indicare l’attualità di quella presa di distanza dalla concezione elitaria di quest’arte e la totalità sta per rifiuto di considerare la musica un Olimpo chiuso e circondato da paratie che limitano un campo dall’altro, per rivendicare invece un’idea unitaria del comporre e interpretare, mettendo a confronto stili e linguaggi diversi, capaci di produrre suoni e sensi, inauditi per un pubblico eterogeneo.
Resta il termine teatro, quel luogo non luogo specchio della vita dove si fa arte, musica, “gioco senza scopo”, dove gioco ha il significato di pura avventura, un’affermazione di vita, un modo di svegliarsi alla vita che stiamo vivendo”. (John Cage).

di Olga Chieffi

Cronache del Mezzogiorno (www.cronachesalerno.it)

 


teatro