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17/12/2009

Nabucco: rivelazione al Verdi

Il Mattino, 17/12/2009

Un’alba luminosa che squarcia le tenebre, il fiume assume le trasparenze rosate del cielo, una vela bianca solca le acque, pure come le quattro vergini, fermate nelle loro “capsule” immacolate sullo sfondo del vortice delle nubi. Più in basso il contrasto di nero e bianco di una massa dolente: gli ebrei, prigionieri degli empi babilonesi piangono sulla loro sorte infelice e invocano la sognata patria lontana. Lo scenografo Quirino Conti evoca l’Eufrate, mutuando un dipinto neoclassico di fin dè siecle che sembra rimandare alla pittura “pompeiana” di Gaetano D’Agostino, l’autore delle splendide decorazioni del teatro Verdi. Sulle ultime note di “Va’ pensiero” Daniel Oren ferma l’orchestra, rimane nell’aria l’eco di un lamento che volge alfine alla speranza. È sicuramente il momento più intenso del Nabucco (sabato l’ultima replica), la produzione del Massimo cittadino che ha visto la superba direzione del maestro israeliano, la sapiente regia di Gigi Proietti e la magia delle scene e costumi di Quirino Conti. Ma è stata anche l’occasione per il pubblico del Verdi, affollato in questi giorni di esperti, per scoprire la “cenerentola” del teatro salernitano, quel coro spesso oscurato dai grandi interpreti che hanno calcato finora le sue tavole e che oggi esce fuori alla grande, protagonista tra i protagonisti, una formazione, per dirla con il celebre basso baritono Natale de Carolis, degna dei più prestigiosi “lirici” del mondo. Di sacrifici ne hanno fatti tanti gli ottanta ragazzi del coro Verdi, tutti campani, per la maggior parte salernitani formatisi al conservatorio Martucci di Salerno. Dieci anni di duro lavoro - la nascita è nel ’97 con il Falstaff di Rolando Panerai, che inaugurò, dopo i lavori di restauro, la riapertura del teatro comunale - di sacrifici anche economici, di soddisfazioni rubate al successo altrui. Da allora sono un unico corpo, una presenza abituale per ogni produzione del Verdi, un esempio di professionalità e di creatività, una realtà artistico-musicale che contribuisce al costante processo di sprovincializzazione e di apertura all’esterno del Massimo cittadino. Per molti di loro anche la possibilità di affermarsi come solisti, a dimostrazione che la scuola del Verdi è veramente di alta formazione. A creare il miracolo, quasi dal nulla, è stato un personaggio eccentrico, spesso scomodo per il suo esprimersi in libertà, soprannominato, nel dietro alle quinte del teatro, “il cattivo” per la sua inflessibilità. È Luigi Petrozziello, napoletano-avellinese o, come preferisce, campano doc, come il suo coro, che assolutamente vuole mantenere di origine controllata. Cantante e pianista - la sua passione resta “quel legno che non mi ha mai tradito da quando avevo cinque anni” - giramondo inquieto, ha messo finalmente radici a Salerno, perchè crede nell’operazione del rilancio del teatro e nella grande famiglia con ai vertici Antonio Marzullo e Rosalba Lo Iudice. Un amore a prima vista «la città che il sindaco De Luca sta forgiando», ma, come tutti gli amori fatto di alti e bassi, di litigi e di riappacificazioni. L’arrivo nel 2002, l’addio nel 2004, il ritorno nel 2007, chiamato da Oren a «riprendere in mano le sorti di un coro decaduto per qualità vocale e preparazione». I soldi non gli interessano, «mi pagano a cachè, ma l’entusiasmo dei miei ragazzi mi ripaga ampiamente», la sua parola d’ordine è il rigore, sotto la scorza dura, però, nasconde un cuore generoso ed un affetto sconfinato per il suo coro che lo ricambia con lo stesso sentimento.
Erminia Pellecchia

Il Mattino, 17/12/2009

 


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