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18/04/2009

Don Giovanni per una città  che ha voglia di eventi

18/04/2009

Pubblico generoso, fin troppo, quello salernitano, caloroso ed affettuoso: applauditi con convinzione gli interpreti e tutte le figure professionali che hanno contribuito alla realizzazione ed alla messa in scena del Don Giovanni al Verdi.

Salerno ha voglia di eventi come questi, che sono in grado di rialzare una città e danno coraggio, quali fiori all’occhiello in un momento di crisi di molte forme d’arte in Italia per via di tagli e conflitti. Salutata con entusiasmo quest'apertura della stagione lirica e presa molto - ma molto - sul serio da un ceto più o meno abbiente e colto (o aspirante tale), composto per lo più da amatori di una certa età (diciamolo pure) e non se ne abbia nessuno a male, ma se mancano i giovani tra il pubblico del Verdi un qualche motivo ci sarà.

Costi troppo elevati che non corrispondono (se mai vi fosse una corrispondenza, ma ormai siamo abituati a monetizzare tutto) all’offerta, difficoltà a reperire biglietti ed abbonamenti, simboli (che nulla hanno a che vedere con la cultura) di appartenenza sociale (gioielli, abiti eleganti malamente indossati, ecc) allontanano i giovani dalla lirica, vista come una forma d’arte desueta ed elitaria, mentre invece numerose sono le opere ironiche e buffe, che ridicolizzano l’auto-rappresentazione di certe classi sociali ed i loro codici, che capovolgono - con figure tragicomiche - convezioni e convinzioni. Salerno ce la mette tutta, ed elementi di progresso rispetto al passato ce ne sono: riempire un teatro di questi tempi che non proponga prodotti paratelevisivi è un’impresa ardua, trainare l’interesse del pubblico spesso passivo ed assuefatto è altrettanto arduo.

Piccoli e grandi dettagli, come un ottimo lavoro di comunicazione (in sala e fuori) e di diffusione dell’evento, la visualizzazione del testo del libretto su uno schermo digitale in sala, fanno la differenza ed esprimono cura. Purtroppo le vicende che hanno preceduto la messa in scena del Don Giovanni hanno influito negativamente sulla riuscita: la regia troppo frettolosa ha lanciato spunti interessanti si, ma non sviluppati e non hanno convinto fino in fondo. Semplici e di effetto le scene di apertura e di chiusura.

Peccato che il regista, il bravo Del Monaco abbia giustificato le sue scelte ricorrendo alla crisi economica per rilanciare un’arte povera; ben altro si può dire sul vuoto della scena, sull’estrema nudità di un Don Giovanni la cui ricerca di godimento annulla il mondo (senza alcun partito preso ed alcun secondo fine sosteniamo che il tema del nudo, se ben espresso e se compreso, ci stava tutto) sull’emersione del materico, sul continuo riutilizzo degli stessi elementi scenici che mutano forma con l’evolversi degli eventi; segni posti ma non esplorati fino in fondo. Luci grossolane, costumi noiosi (tranne qualche maschera) e fumi abusati che avevano un senso, forse, solo nelle ultime due scene, quando si presagisce la fine imminente del protagonista e quando questa accade. Il coro ben armonizzato, fluido e plastico anche il gioco di corpi in scena (anzi, la fisicità degli interpreti, del coro e dei figuranti forse è stato l’elemento che ha funzionato maggiormente).

 Precisa e sobria la direzione musicale, quanto alle interpretazioni, abbiamo assistito a un Don Giovanni fresco (forse troppo) e agile, giovanile, una bella interpretazione ma tuttavia non è stato mostrato in pieno il fascino di questa figura straordinaria, complessa, rovinosa, irresistibile e peccaminosa che sfida le convezioni non per leggerezza o per semplice gioco, caratterizzazione che forse è emersa maggiormente, ma per una totale adesione al vortice esistenziale della ricerca di pienezza e appagamento. Un personaggio su cui molto è stato scritto e su cui si continua a scrivere per le molteplici sfumature e le possibilità di interpretazione. Molto accattivante il Leporello di Regazzo, che restituisce una consapevolezza del ruolo e della parte. Anche Tamar Iveri (Donna Anna) ha toccato le corde del cuore.

18/04/2009 - C L

 


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