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12/09/2010

Sulla Francesca da Rimini la firma di Alberto Gazale

Supereva, 9/12/2010

Sulla Francesca da Rimini la firma di Alberto Gazale
Il baritono che ha dato voce a Gianciotto si è imposto sul palcoscenico del teatro Verdi nell’opera di Riccardo Zandonai (articolo di Olga Chieffi)
 
Teatro Verdi “a macchia di leopardo”, mercoledì sera, un po’ per una Salerno completamente paralizzata dal traffico, un po’ per il titolo semisconosciuto alla maggior parte del pubblico che frequenta il nostro massimo, la “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai, un’opera il cui grande protagonista, saldamente equilibrato con il sinfonismo, risulta essere il lirismo.

Un lirismo di marca italiana, che sgorga trepido e struggente, a suo modo comunicativo, riflettendo anche un indubbio affinamento che s’intreccia con le sottigliezze della conduzione armonica.

La vocalità si fa più flessibile e duttile, emancipandosi così dalla facilità, ch’è più sovente superficialità, di tanti veristi.

Si sforza di tradurre le sottili tensioni, di illuminare gli intimi trasalimenti, attraverso la cura meticolosa dei procedimenti intervallari (ad esempio, lo spunto angosciato di Francesca, col tipico intervallo di quinta diminuita, singolarmente riflettente il gesto vocale minaccioso che è invece peculiare al Malatestino).

Ne consegue un attento psicologismo, anzitutto riservato all’eroina della vicenda, ma che s’allarga anche ad altri personaggi: soprattutto è il gesto melodico a realizzarlo, ma la rifinitura è spesso affidata all’orchestra, come, ad esempio, per il Malatestino, la cui presenza è sempre sottolineata da specifici procedimenti armonici e ritmici, con agglomerati accordali sordi e cupi.

Ci sono pagine, nell’opera, appunto quelle destinate a Francesca o come il duetto di Francesca e Paolo nel terzo atto o il commento strumentale dell’inizio che sottolinea l’incontro dei due, con il suo appassionato motivo, destinato a ritornare in seguito, fino alla massima esaltazione del IV atto), che procedono dalla “musica d’amore” di memoria wagneriana.

Ma è una musica d’amore più struggente, conturbante messaggio di una sensibilità finemente decadente e come attratta dal vortice dell’annientamento, sia che suoni come vagheggiamento di un bene supremo da cui lasciarsi sommergere, sia che vi aliti il presagio angoscioso di un male che incombe.

Daniel Oren, anche se queste pagine sembrano scritte per la sua estetica direttoriale fatta di forti contrasti, non si è trovato, stavolta, nelle condizioni di poter dar luce a tutte queste componenti: l’orchestra, le cui percussioni hanno dovuto prender posto nei palchetti di boccascena, non ha saputo e potuto andare oltre la lettura, prendendo un po’ d’aria soltanto sul finale del III atto.

Opera sconosciuta anche per gli strumentisti, quindi, i quali sono stati tutto il tempo con il naso sulla parte, quasi a solfeggiare durante l’esecuzione, nonché per buona parte del cast dei cantanti, che hanno avuto bisogno addirittura del suggeritore in palcoscenico, per il quale s’è dovuto rispolverare l’alloggio e il paravento.

Daniel Oren ha avuto l’intuizione di non fare il passo più lungo della gamba, scegliendo anche tempi più lenti, in particolare nel primo e nel secondo atto, così da permettere a palcoscenico e buca di funzionare al meglio possibile.

La parte eseguita con maggiore nettezza è risultato il duetto della terza scena della prima parte dell’atto IV, tra Gianciotto, un convincente e brutale Alberto Gazale, dalla dizione pulitissima e a suo agio nel personaggio e Malatestino un buon Willian Joyner, con il suo poderoso taglio scandito da un ritmo inesorabile, ostinatamente incalzante com’è incalzante la malvagia istigazione di Malatestino per condurre il fratello al furore geloso.

Fuori gioco Fabio Armiliato, sostituito dal tenore bulgaro Zvetan Michailov, nel ruolo di Paolo Il Bello, all’ultimo momento, è venuta a mancare l’amalgama d’intenti con il soprano Daniela Dessì, che ha rivelato per intero la sua maestria ed esperienza teatrale schizzando una Francesca ardente di passione, consapevole delle possibilità della propria voce anche se non tutto è corso sempre sul velluto, al di là di un incolore Paolo.

In medias res il resto del cast, unitamente al coro ben preparato da Luigi Petrozziello.
Renzo Giacchieri si è affidato ad un allestimento già rodato quale quello di Dehò con scene déco, ed effetti trompe d’oil.
Indovinati i costumi mentre la regia, in particolare quella della battaglia è risultata veramente assurda, con Paolo che si scoccava la freccia sui piedi e la raccoglieva da terra per scoccarla nuovamente, o ancora i fiori visibilmente di plastica completamente fuori tono con scene e fondali, o ancora il giullare attacca a suonare la viella, ma dal golfo mistico elevasi una passionale aria tzigana.
Applausi tiepidi del pubblico e appuntamento a fine dicembre con la Luisa Miller.

Olga Chieffi

/2010 http://guide.supereva.it

 


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