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23/12/2010

Luisa non è figlia di un Verdi minore: Luisa Miller a Salerno trionfa con Theodossiou e Nucci

Oltrecultura, 23/12/2010

Molti teatri, nel periodo delle festività natalizie, propongono titoli leggeri, forieri di spensieratezza e di musica ascoltabile ad onta di faticose digestioni di sovrabbondanti pasti.
Il Teatro Municipale Verdi di Salerno, invece, pur prevedendo rituali concerti di capodanno, dopo un titolo impegnativo e non di frequente ascolto come Francesca da Rimini di Riccardo Zandonai, ha portato sulle scene un'opera giovanile verdiana, a torto ritenuta “minore” come Luisa Miller, sfoggiando un cast di livello internazionale e, nel complesso, secondo solo a quello dell'edizione del Met del 1979: Dimitra Theodossiou, Leo Nucci, Roberto Scandiuzzi, Roberto Aronica, Francesca Franci e Carlo Striuli, nei ruoli principali, per non dire di una deliziosa Stefanna Kybalova e del sempreverde Angelo Casertano con la sobria regia di Ivan Stefanutti,  a cui si devono anche scene e costumi, e il Coro diretto dall'ottimo Luigi Petrozziello.
Difficile superare il giovane Placido Domingo, una grande Renata Scotto all'apice della carriera, ma la coppia dei Miller che abbiamo ammirato a Salerno meriterebbe di essere immortalata in video anche per la pregnantissima e meticolosa concertazione di Oren, ben più “dentro” la partitura del collega Levine della storica edizione newyorchese. Luisa Miller è un melodramma del Verdi “napoletano”, non tanto e non solo per la destinazione al Teatro San Carlo di Napoli e per la collaborazione con Salvatore Cammarano in qualità di librettista, quanto per l'ambientazione e le tematiche che appaiono in una evoluzione continua con i lavori donizettiani realizzati  nella capitale del Regno delle due Sicilie.
Malauguratamente il Verdi romantico e liberale scelse un ipotesto di Friedrich Schiller dal marcato tratto antiassolutistico, realizzato con un non nascosto giudizio critico nei confronti di vassalli e principi tedeschi; si trattava del dramma Kabale und Liebe, ovvero “Amore e raggiro”.
Come consuetudine, vuoi per aggirare la scure censoria, vuoi per aprire verso soluzioni più sentimentali, il libretto di Cammarano depoliticizzò molto del teatro schilleriano e vi sbalzò l'ordito sentimentale fino ad elevarlo a trama.
In fondo il tema dell’amore ostacolato non già dalle inimicizie tra famiglie patrizie, come in Romeo e Giulietta, ma dalla distanza sociale tra i due giovani innamorati, è tutto inscrivibile nella concezione borghese: quanto è distante la favola del principe azzurro!
Un'annotazione interessante può emergere dal rilevare come in tedesco il termine Kabale, che è difficile non ravvisare essere strettamente imparentato con Qabbala o Kabbalah, termine ebraico che descrive la dottrina distillata nella tradizione e tramandata, sgnifichi "raggiro".
Nelle lingue romanze, invece, il lemma ebraico si connota per i soli aspetti numerologici e diviene “cabala”, come in italiano, che sposta l'ambito semantico verso l'alea; l'interpretazione, benché fuorviante, non contiene in sé una mistificazione pregiudiziale.
Kabale, invece, sta in tedesco, si dicevam  per raggiro, intrigo, circonvenzione; non vorremmo essere condizionati a nostra volta da un pregiudizio nel sospettare l'altrui retropensiero che associa ad un termine legato alla tradizione e alla dottrina ebraica, un significato che rimanda a meschinità.


Conclusa questa chiosa riguardante il titolo originale schilleriano, merita rilevare come Luisa Miller rappresenti, nel repertorio verdiano, la premessa alla grande trilogia popolare di Rigoletto, La Traviata e Il trovatore, ancor più di quanto non si possa ritenere essere stato Stiffelio (1850) , che pure, temporalmente, si frappone tra la tragedia di Luisa (1849) e Rigoletto (1851).
Con Luisa Miller il genio di Busseto affronta per la prima volta una tragedia borghese e lo fa consapevole della temperie culturale italiana e borbonica, e asburgica in particolare; mentre il Cammarano, grande aggiratore di scuri censorie, traspone la vicenda del XVIII al più distante XVII secolo e il luogo dalla Germania ad un Tirolo che è culturalmente e politicamente quasi una metanazione, Verdi mal sopporta l'edulcorazione e vi si adatta un po' per approdare felicemente nel più grande teatro del mondo e anche, lo dichiara esplicitamente, per solidarietà con l'anziano librettista che versava in grandi difficoltà economiche e di salute. Il tema dell'amore versus la convenzione sociale è lo stesso che si riaffaccerà, con diversi accenti, in La Traviata, scolpito in quel “Pura siccome un angelo”.
La trama è lineare, ma non esile, Luisa ama Carlo, che altri non è che Rodolfo, figlio del conte, che si è presentato a lei in abiti borghesi, per essere certo di essere amato in quanto persona e non per il ruolo sociale.
Miller benedice l'amore tra i giovani, ma ben presto il castellano del conte, Wurm, chiede la mano di Luisa al padre di questa, rivelandogli l'identità del sedicente Carlo.
Di grande modernità è l'affermazione di Miller “Sacra è la scelta di un consorte” a cui Verdi dedica una splendida cavatina.
Il Conte Walter, che in Schiller è un crudele tiranno, in Cammarano-Verdi diviene un torbido vassallo, che è asceso al potere assassinando il proprio cugino, legittimo successore: è il segreto con cui Wurm ricatta Walter per ottenere che egli favorisca le proprie nozze con Luisa.
Rodolfo è destinato da suo padre a prendere in sposa, per ragioni di patrimonio, la cugina Federica, a cui il giovane è legato da fraterno affetto. Carlo-Rodolfo non vuole e non può rinunciare a Luisa di cui è innamorato, ma questa viene informata del progetto di nozze del suo innamorato con Federica e ne resta sconvolta. In Schiller il personaggio di Federica è addirittura l'amante del conte Walter, vedova del cugino ucciso per sete di potere; indubbiamente una situazione ben più bieca e condannabile.
L'arroganza di Walter in un vivace confronto, induce Miller a sguainare la spada e ciò gli vale l'arresto e la condanna e costituirà elemento di ricatto contro Luisa, la quale dovrà promettersi in sposa a Wurm in cambio della vita del padre.
La notizia delle nozze di Luisa raggiunge Rodolfo conducendolo in uno stato di rabbia e desolata prostrazione: “Quando le sere al placido”.
Il terzo atto, sottotitolato “Il veleno”, vede le nozze di Luisa con Wurm e la decisione della donna di darsi morte insieme a Rodolfo. Miller aveva già rinvenuto una lettera della figlia contenente propositi suicidi e l'aveva implorata di desistere “Ma sempre al padre accanto”; un gioiello teatrale che anticipa colori rigolettiani nel duetto e che è preceduto da una brusca mutazione di colore legata alla quasi festosità di accenti musicali che avevano accompagnato la liberazione di Miller dalla prigionia.
L'epilogo tragico è però segnato e Rodolfo avvelenerà l'acqua che egli e Luisa berranno e, mentre l'amata spira ed egli stesso è prossimo alla fine, consumerà l'estrema vendetta, uccidendo il perfido Wurm.
La tragedia ha connotazioni squisitamente romantiche e borghesi e forse non incidentalmente Verdi la introduce con una Sinfonia vera e propria, lunga ben 356 battute, in cui il cromatismo appare frequentemente e gli episodi imitati abbondano, facendo assumere al brano strumentale, un sapore quasi mitteleuropeo.
Si tratta, è vero, di una forma monotematica, ma sembra quasi che Verdi sia tentato dalla forma-sonata bitematica, che in quegli anni stava apprezzando in Haydn e che sperimentava episodicamente, anche affrontando la forma del quartetto.
La corte borbonica, non è noto a molti, aveva a lungo corteggiato il padre viennese della forma-sonata, il quale era anche stato fortemente tentato di trasferirsi a Napoli, preferendo, invece, Londra, che offriva concretezze economiche già consolidate nel campo sinfonico, si pensi alle “Sinfonie Londinesi” composte a mo' di biglietto da visita.
Ebbene, Verdi dedicherà proprio a Napoli e all'amore per le forme di sonata, già care alla regina Maria Carolina, il suo Quartetto, rarissimo, se non unico esempio di tale composizione tra i grandi operisti italiani dell''800. “… tutto deve sortire, anche nei contrappunti più complicati, netto e chiaro; e questo si ottiene suonando leggerissimamente, e molto staccato in modo che si distingua sempre il soggetto sia dritto che rovesciato”, scriverà il compositore di Busseto nelle note di esecuzione del Quartetto che solo il 1° aprile del 1873 sarà eseguito a Napoli e che nel resto d'Italia sarà ignorato al punto che si dovrà attendere il 1901 per essere ripreso a Milano, ancora a quel tempo in ritardo sul progresso, non solo in campo ferroviario, evidentemente.
In Luisa come in La traviata, il soprano è baricentrico nella trama e conduttrice tematica nella partitura; è difficile non ipotizzare che Verdi avesse molto presente nella memoria l'opera napoletana del 1849 mentre affidava al pentagramma e consegnava all'immortalità Violetta.
In Luisa sono presenti molti elementi che azzarderemmo definire leitmovici e le ardite modulazioni ai toni lontani con impiego generoso di settime diminuite e di risoluzioni eccezionali, da cui già la Sinfonia è impreziosita, fanno dell'opera del 1849 un titolo tutt'altro che minore del repertorio verdiano e ingiustamente poco rappresentato, forse anche perché “archiviato” in una Napoli che di lì a poco sarebbe stata occupata da garibaldini e sabaudi in una operazione di auspicata e meritoria unificazione politica, ma anche di saccheggio e violenza culturale, infliggendo ferite non del tutto rimarginate.
Le analogie tra Luisa e Traviata sono state oggetto di riflessioni nel corso di due secoli, al punto che ci verrebbe da osservare che sarebbe stato preferibile eseguire più frequentemente Luisa Miller di quanto se ne sia scritto.
Nulla di più distante dal vero sarebbe, tuttavia, ritenere l'opera napoletana come un bozzetto preparatorio per La traviata; non riteniamo mai che un compositore crei un melodramma in preparazione di altro, sebbene ciò si inveri a posteriori, ma meno che mai siamo propensi a ritenere che ciò sia accaduto in tal caso.
La direzione di Oren è apparsa fin dalle prime battute rivolta a sbalzare le forme della Sinfonia, senza sottrarre tensione alle appoggiature e ai cromatismi; legni e ottoni hanno ottimamente risposto alle sollecitazioni del Maestro e la pagina orchestrale è venuta fuori nel suo grande valore architettonico e lirico.
Dimitra Theodossiou è magistrale quando fa leva sulla nitidezza del suo registro più schiettamente lirico e Luisa Miller ha esaltato le qualità del soprano greco, che preferiamo ascoltare quando viene “tentata” dal belcantismo come in questa circostanza, salutata con entusiasmo dal pubblico.
La scrittura di Luisa Miller abbonda di sillabazioni staccate contrapposte a volute melodiche di grande slancio lirico; la Theodossiou ha saputo tenere ben distinte le due fraseologie, evitando omogenizzazioni banali, ma esaltando intonazione e fraseggio.
Leo Nucci è “il baritono”, nobile, umano, patetico come arguto, lo abbiamo potuto apprezzare in tutte le sfaccettature di cui la sua arte è ricca; in Miller il cantante ha mostrato non tanto di possedere la propria memoria di quel Rigoletto che nella mente di Verdi probabilmente andava affacciandosi, quanto di annunciare alla storia del melodramma italiano, la nascita del baritono nobile e paterno, quella voce intermedia, capace di intercettare i sentimenti più frequentemente rinvenibili nell'animo umano e fino a quell'epoca pudicamente repressi nel teatro musicale, tant'è che a quell'ambito di estensione vocale si affidavano personaggi buffi, gabbati o furbetti, seduttivi, ma non multiformemente veri e come in Verdi.
Miller non è succube di un lascivo duca di Mantova né è tiranno di un popolo guerriero e nemmeno genitore preoccupato del buon nome di un casato, mentre non disdegna in prima persona frequentazioni di demi-mondaine (eufemismo transalpino); il padre di Luisa è un ex militare, rispettoso delle leggi quanto dei sentimenti liberi della propria figlia, la cui felicità è il solo obiettivo per la canuta chioma di un uomo che non medita vendette e che non si prostra a cavalieri di alcuna sorta.
Grazie, Maestro Nucci per averci cantato questa umanità di padre affettuoso e orgoglioso, grazie dai melomani e dai genitori di ogni età che, per i figli, vogliono “somigliare a Dio per la bontade, non pel rigor”, perchè “non si comanda de' figli al cor”.
A Roberto Aronica è toccato un ruolo che richiede doti attorali e che affida ad un unico vero pezzo chiuso le chance di esibire le doti di cantabilità. Il maturo tenore non ha demeritato sulla scena e in “Quando le sere al placido” ha saputo emozionare, pur se denunciando piccoli cedimenti da malanni stagionali.
Il rivale di Rodolfo, il perfido Wurm, ha avuto le robuste sembianze di Carlo Striuli, professionista affidabile anche quando, come nella recita del 22 dicembre 2010, le gelate tardo autunnali ne velano la gagliarda voce.
Nobile e diabolico al tempo stesso, il Walter, meglio dire “padre di Rodolfo” (accidenti alla Littizzetto!) di Roberto Scandiuzzi, sonoro nel registro grave e ben legato nei centri.
Federica, nella versione di Cammarano, perde le connotazioni immorali che il personaggio ha in Schiller, laddove essa ha persino affinità con Lady Macbeth, essendo amante del padre di Rodolfo, e vedova, complice nell'uxoricidio del duca da parte dello stesso perfido Conte, desideroso di tenere vicina la propria giovane concubina a costo di darla in sposa al figlio.
In Verdi la ragazza è una cugina, in fondo tenera, innamorata di un ragazzo di poco più giovane di lei e ormai vedova di un uomo di potere, si lascia intendere, sposato per motivi patrimoniali e in obbedienza ad un volere dei genitori.
Francesca Franci è stata vocalmente nitida e scenicamente coerente con un ruolo che troppo facilmente sarebbe potuto scivolare verso una contrapposizione tra amata e rivale, manichea e priva di profondità.
Marginale nella trama e tuttavia visibile è il ruolo di Laura, in cui Stefanna Kybalova, ormai di casa al Verdi di Salerno, è riuscita a lasciare segno della propria presenza scenica e vocale.
Angelo Casertano ha completato il cast nella parte di Un contadino.
Una messa in scena tutta valorizzata dalla qualità degli interpreti, ma troppo linerarizzata dalla regia di Stefanutti, apprezzabile per i costumi.
Ma è un accesso di buonismo finis vitae quello che fa rinunciare a Rodolfo ad uccidere Wurm?
Valida la prova del Coro del Teatro dell'Opera di Salerno diretto da Luigi Petrozziello e, sottolineiamolo ancora, quella dell'Orchestra Filarmonica Salernitana che rivela personalità e cifra timbrica.
Luisa Miller al Teatro Municipale G.Verdi di Salerno è in replica il 28 e il 30 dicembre 2010. 

Dario Ascoli

Oltrecultura, 23/12/2010 www.oltrecultura.it

 


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