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10/05/2011

Il Trovatore al Verdi di Salerno: garanzie e scommesse vinte

Oltre cultura, 5/10/2011

Il Teatro Municipale G.Verdi di Salerno ha ripreso il 5 ottobre 2011 le proprie attività musicali con un titolo garantito Il Trovatore, opera popolarissima del compositore che all'istituzione salernitana dà il nome dal 1901.
Garanzie della partitura, ma anche degli interpreti, a cominciare da Daniel Oren sul podio e da Renzo Giacchieri alla regia, per non dire di Marcello Giordani nel ruolo del titolo e di Dolora Zajic nel sulfureo ruolo di Azucena.
Una scommessa vinta, invece, quella ?allibrata? su Maria Giovanna Agresta, giovane talento locale, che non ha deluso ripagando il pubblico del "suo" teatro.

Il sempre affidabile Carlo Striuli è stato Ferrando, la deliziosa Stefanna Kybalova una non evanescente Ines, Paolo Gavanelli ha dato faticosamente voce a Il Conte di Luna, il puntuale Enzo Peroni è stato Ruiz, il professionale Angelo Nardinocchi ha dato vita a Un vecchio zingaro, e infine Francesco Pittari ha completato in Un messo.
Il Coro del Teatro dell'Opera di Salerno è stato diretto con sapienza da  Luigi Petrozziello, le bellissime scene sono state riprese da un allestimento storico conservato da  Sormani-Cardaropoli e rivisitato da Renzo Giacchieri, i costumi e le calzature sono stati della C.T.C. Fiore-MIlano.
Il Trovatore è un'opera cupa, quasi pulp, diremmo con linguaggio contemporaneo; Verdi venne a conoscenza del dramma El trovador di Antonio García-Gutiérrez e ne rimase colpito.
Nelle ipotesi iniziali di Verdi sarebbe dovuta essere un'opera, se non rivoluzionaria, quanto meno innovativa, ma vuoi la scelta di un librettista tradizionale come Salvatore Cammarano, - che, deceduto nel corso della scrittura, lasciò le ultime scene a Leone Emanuele Baldari, per la prima esecuzione a Roma, al Teatro Apollo, il 19 gennaio 1853 -  vuoi la felice vena compositiva confluita in mirabili arie chiuse, il risultato fu quello di cui oggi godiamo.
Dall'epistolario verdiano apprendiamo che il musicista per Il Trovatore volesse adottare una forma di musica continua addirittura superando il numero chiuso; a giudicare dal risultato finale, dobbiamo ritenere che presto egli abbia abbandonato il primitivo pensiero a favore di arie, duetti e insiemi che ancora oggi fanno del melodramma della "pira" uno dei più amati di ogni tempo.
Ma siamo di fronte ad un melodramma  la cui trama rasenta il politically incorrect ,  con un epilogo di pene capitali per una donna di etnia rom, si direbbe con termine attuale.
Rileggere Il Trovatore pone di fronte ad un bivio: sbalzare dal contesto della vicenda sanguinosa i momenti lirici e sentimentali, ovvero destare un tale orrore per l'efferatezza dei personaggi da indurre nello spettatore una reazione di anticorpi della coscienza.
Le pagine lirico-sentimentali sono quasi esclusiva prerogativa di Leonora, ed è quindi al soprano protagonista che spetta l'onere di rappresentare un amore puro e passionale al tempo stesso verso un uomo che lei ama pur credendolo un trovatore figlio di una zingara.
E' pur vero che l'agnizione serve ad avvalorare un teorema non scritto secondo il quale l'attrazione sentimentale sboccia tra individui della stessa classe e che quindi sia, in definitiva, la nobiltà di sangue di Manrico ad esercitare il fascino su Leonora, ma l'analisi sociologica del melodramma deve arrestarsi un passo prima.

È un lavoro che esprime il senso romantico per eccellenza, un intrigo visionario caratterizzato da tinte forti e passioni violente ed esasperate. Per la composizione della cosiddetta opera "rossa" colore del fuoco, del sangue (...) ossia in un crogiolo di situazioni al limite del rocambolesco e dell?assurdo, di passioni e duelli fuori dalla realtà, di personaggi agitati nella cornice di una Spagna medioevale e notturna? dichiara il regista Renzo Giacchieri nell'intervista rilasciata a Claudia Cianciulli.
Nonostante o forse proprio grazie ad una trama prossima all'assurdo, Trovatore è assurto ad archetipo romantico, perchè mai come in questa circostanza l'ascoltatore può prescindere quasi dal seguire la vicenda, per godere di episodi che isolatamente si conquistano un'affascinante indipendenza grazie alla stupefacente potenza della musica.
La distribuzione degli atti e, in essi, delle scene è accuratamente simmetrica: quattro atti di cui ciascuno con due scene.
Cammarano volle attribuire anche dei titoli a ciascun atto: Atto I-Il duello, atto II - La gitana, atto II I- Il figlio della zingara, atto IV - Il supplizio.
Resta in ogni caso una vicenda che si origina dall' orrendo quanto improbabile errore di gettare alle fiamme il proprio figlio anziché l'erede del nemico e di allevare, poi, quest'ultimo quale fosse frutto del proprio grembo.
Da secoli gli zingari sono vittime del pregiudizio che li vorrebbe , senza alcuna evidenza probante, colpevoli di rapire bambini, mentre i potenti della Terra, con il loro imperialismo, condannano circa 1000 bambini ogni ora a morire di fame, coma da dati dell'anno 2010, di fonte ONU e FAO!
A vantaggio dello spettatore Cammarano e Verdi, in apertura, affidano a Ferrando il compito di narrare l'antefatto, con un andante cantabile e, sempre allo stesso capitano degli armigeri, toccherà intonare Abbietta zingara, di tutt'altra ispirazione musicale, perché la situazione dalla narrazione iniziale passa al volgere concitato verso un finale doppiamente tragico.

Maria Giovanna Agresta ha dovuto vincere una più che comprensibile emozione nell'affrontare, alla prima del 5 ottobre 2011, un ruolo impervio, ma la giovane cantante salernitana può ritenersi promossa e, crediamo, nelle successive repliche anche le piccole indecisioni del debutto saranno superate.
Marcello Giordani, benché ancora giovane, è un tenore di grande esperienza; nella cabaletta Di quella pira, ha esibito buon volume, solo sporadiche spinte, qualche intonazione lievemente crescente e l'immancabile acuto finale quasi "mussulmano" laddove "All'armi" suona come "Allah"; comprendiamo quanto sia difficile chiudere una "i" su un do4, ma la pira dell'Inquisizione avrebbe avuto un bel crepitare condannando i tantissimi tenori che da oltre 150 anni, loro malgrado, finiscono con il lodare il Dio dei fratelli maomettani. Se Cammarano avesse offerto a Verdi un più cristiano "Andiam!", almeno le guerre di religione tenorili sarebbero state scongiurate. Vale, però, ecumenicamente ricordare che Verdi ha scritto un ben meno guerriero sol3 per l'incitamento alle armi, ma la tradizione impone l'acuto, a costo di trasportare di un semitono o anche di un tono più in basso l'intero numero!
La regia di Renzo Giacchieri possiede molti meriti, tra cui quello di non volere stupire, ma di coinvolgere nel ?gioco? del teatro; così Ferrando, che assume un compito didascalico-narrativo, fa il suo ingresso dalla platea, raccontando l'antefatto e rivolgendosi parallelamente agli armigeri e al pubblico.
Le scene con trompe l'oeil di profondità e di rilievo, con tende zingare e palazzi nobiliari del XV secolo spagnolo, sono efficaci e mettono in risalto la cura di Giacchieri nel gestire i dialoghi di prossimità dei personaggi, la meticolosità nel suggerire l'uso delle mani e delle rotazioni del corpo, rispettose delle esigenze foniche, ma teatralmente naturali.
Il Coro, sia esso degli zingari, che dei militari, partecipa e si muove anche sottolineando gli ingressi e gli incipit di frase musicale della partitura.
Le luci esaltano i bui dei misteri e i rossi del fuoco e della morte: è Teatro!
Anche nel fare muovere personaggi complessi e border line come Azucena, la regia pone in evidenza, in corrispondenza delle discese nel registro grave, la gestualità allucinata, e nelle ascese all'acuto amorevole di madre, quasi un moto di protezione cullante verso il figlioletto sciaguratamente sacrificato. Dolora Zajic è attrice di talento, e possono piacerci o meno i numerosi e bruschi cambi di registro, l'emozione ci raggiunge.

Dicevamo della faticosa emissione di Paolo Gavanelli, ne Il Conte di Luna; l'esperto baritono ha spinto i suoni centrali e falsettonato il registro acuto, con un complessivo effetto di scarsa coesione fraseologica che, a tratti, ha fatto pensare ad un personaggio di buffo settecentesco, piuttosto che ad una figura nobile da tragedia.
Oren ha diretto con grandissima padronanza; alcuni tempi sono stati staccati più lentamente di quanto si sia soliti ascoltare, il coro degli zingari ha voluto dare il senso di un dolore nascosto, ma non superato.
La tornitura delle frasi dei due numeri solistici di Leonora è stata mirata ad esaltare la qualità dei centri della Agresta e la scelta è risultata premiante; lungo i quattro atti l'equilibrio tra buca e palco è sempre stato controllatissimo.
Successo di pubblico, di auspicio per la stagione che si annuncia nutrita e di livello. 

Dario Ascoli

Oltre cultura, 5/10/2011 www.oltrecultura.it

 


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