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26/12/2011

Pagliacci e Cavalleria: il rito e la passione

Positanonews, 26/12/2011

Abbiamo incontrato il regista Lorenzo Amato che firmerà i due volti del celebrato binomio verista
 
Passioni scomode, figure che non si dimenticano, una musica che seduce oggi come allora. Il successo incontrastato di "Cavalleria Rusticana" di Pietro Mascagni e di "Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo è legato a molteplici fattori e Lorenzo Amato, una vita dedicata al palcoscenico, firma la regia e le luci dei due capolavori diretti da Daniel Oren al Teatro Verdi il 26 dicembre alle 18.30 e il 28 e il 30 alle 21.

Signor Amato, come sarà concepito il suo allestimento?
Ho voluto una sorta di contenitore simile per le due opere per sottolinearne la compattezza, visto che si tratta di manifesti del verismo. Ho puntato su luoghi deputati, simbolici: in "Cavalleria" il portale della chiesa e l'ingresso dell'osteria, in "Pagliacci" un palcoscenico nudo presente sin dal primo atto che somiglia il più possibile a un patibolo. È una raffigurazione del destino della vittima, ma anche dell'assassino, che non ha futuro dopo l'omicidio; l'attore inoltre si sacrifica ogni volta che compare sulla scena. Nell?opera di Mascagni ho cercato di raccontare attraverso gli occhi di un bambino che attraversa in monopattino la scena e assiste alla felicità e alla rovina. Mi affascinava l'idea che l'innocenza fosse un testimone, che nella mente del ragazzino s'insinuasse il pensiero che tutto fosse lecito, dato che si celebra nello stesso lasso di tempo il bene e il male?.

Quali assonanze e contrasti individua nelle due creazioni riguardo al carattere autodistruttivo della passione?
La differenza è notevole: in "Pagliacci" esiste una passione malata, incontrollata, viscerale; in "Cavalleria" l'omicidio è un gesto programmato per difendere l'onore. Nella domenica di Pasqua abbiamo da un lato un rito sacro, dall'altro uno pagano dalle radici fortissime: il duello che deve sanare l'onta. La resurrezione di Cristo coincide con la morte di Turiddu e la madre lascia che vada a morire perché nulla può contro questa tradizione. Quest'atmosfera mi ha ricordato "Gomorra" di Saviano, in cui è presente la religiosità dei camorristi che finanziano processioni, sono i primi a fare la comunione o tagliano in trentatrè pezzi i panetti di droga.

Nello spettacolo di Canio come nell'invito a bere di Turiddu esiste una ritualità portatrice di morte: forse è un'esortazione alla platea a riflettere sulla comune fragilità?
Non sono d'accordo. È piuttosto una sollecitazione a considerare tutti quei meccanismi che ci rendono schiavi. Santuzza è ormai reietta, scomunicata, per aver ceduto a chi ama.

Cosa la colpisce nelle protagoniste?
Santuzza e Lola sono simboli, lìuna dellìamore ferito, lìaltra del peccato, mentre Nedda è istinto puro, è un ormone che cammina sul palco! Santuzza desidera rientrare in quella società che la esclude, la moglie di Canio è innamorata della vita e del sesso. Quando parla del volo degli uccelli, si riferisce alla sua ansia di libertà.

A Suo avviso gli autori hanno voluto castigare la passione per poi ricordare che non se ne può fare a meno?
Non credo che nelle opere ci sia una volontà educativa, un messaggio da trasmettere.
Ciascuno di noi coglierà ciò che è più vicino alla propria sensibilità.

Fin dove deve spingersi il regista che si cimenta con la lirica?
Il confine è uno solo ed è semplice: non essere mai in contrasto con la partitura, che è l'unica padrona. Tutti i miei colleghi dovrebbero essere in grado di leggerla, anche se questo spesso non accade. Nel momento in cui ci si accorge di percorrere una strada diversa da quanto imposto dalla partitura, si deve ripensare la cosa, altrimenti non funzionerà in scena.

Gemma Criscuoli

Positanonews, 26/12/2011 www.positanonews.it

 


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