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27/12/2011

Trionfo per Cavalleria Rusticana e Pagliacci

Salerno in prima, 27/12/2011

Grande successo al Verdi che chiude, il giorno di Santo Stefano, il sipario della stagione lirica con dieci minuti di applausi scroscianti.
Il pubblico è entusiasta, osanna Oren, che regala due bis: il sublime ed indimenticabile intermezzo della Cavalleria Rusticana e “Vesti la giubba”, la struggente aria, più conosciuta ai molti come “Ridi Pagliaccio”.
Dopo il concerto di Natale al Senato, l’Orchestra Filarmonica Salernitana ed il suo Direttore sono ancora avvolti da un’aurea ispirazione che elargisce musica sublime. Un grande trionfo, supportato da una regia vincente ed un cast di tutto rispetto, totalmente compenetrato nella musica.
Due opere in scena, due manifesti del verismo, in cui la partitura si tinge di quella violenza sanguigna che sfocia nel crimine passionale. La “Cavalleria Rusticana”, tratta da una novella di Verga, è un'opera in atto unico del 1890: con essa, l'appena 26enne Pietro Mascagni vinse il concorso di Sonzogno che lo rese subito famoso.
Ambientata in Sicilia nel giorno di Pasqua, è un dramma dall’azione rapida e dalla forte carica emotiva, ricca di passione, tradimento, vendetta. Santuzza, incinta, è disperata e confida alla mamma del suo amato Turiddo “Voi lo sapete, o mamma”, dell’amore che ancora lega l’uomo ad un’altra donna: Lola. Turiddu infatti, prima di conoscerla, era innamorato di Lola, ma partito per il servizio militare trova al suo ritorno la volubile ragazza sposata con Alfio.
Inizia così una relazione con Santuzza, non dimenticando però il suo primo amore. Arriva Turiddu, l’innamorata lo rimprovera di aver finto di essere andato a Francoforte quando in realtà era in compagnia di Lola, ma quando Turiddu ammette che la sua vita sarebbe in pericolo se scoperto da Alfio, Santuzza è terrorizzata “Battimi, insultami, t’amo e perdono”.
Irrompe in scena una vezzosa e sarcastica Lola che deride Santuzza ed entra in chiesa, seguita da Turiddu. Vani i tentativi di Santuzza che implora l’amato di rimanere con lei; allora, accecata dalla furia della passione soffocata, racconta al brutale Alfio del tradimento della moglie Lola con Turiddu. Non vi sono dubbi sull’esito, dopo poco una voce di donna griderà: "Hanno ucciso compare Turiddo”.
Nel ruolo di Santuzza il soprano napoletano Giovanna Casolla, che regala un’interpretazione pregna di pathos, muovendosi sul palco con una sicurezza scenica ed una credibilità, che avviluppano il pubblico, come solo le grandi personalità riescono a fare. Grande anche la prova vocale, saldezza tecnica e solidità, meritatissimo il premio Puccini 2011 che le è stato da poco consegnato a Torre del Lago.
Il tenore augustano Marcello Giordani è un Turiddu vigoroso e possente, con un’ottima presenza scenica, acuto brillante e fraseggio nobile. La regia è affidata a Lorenzo Amato, che aveva già riscontrato consenso nel pubblico salernitano con la recente Tosca. Ha dato una grande dimostrazione di sensibilità artistica nel riuscire a trasportare sul palco, con estrema veridicità tutte le viscerali passioni dei protagonisti.
La scena è essenziale: la Chiesa, il balcone, un arco, il bianco, il nero ed il grigio che si rincorrono in un gioco di ombre, supportati dalle proiezione sul fondo. L’innocenza negli occhi di un bambino che si ciba della sacralità pasquale per poi sgretolarsi attraverso i sentimenti adulti di odio e vendetta, che imbrattano la liturgica festività.
Cambio di scena, cambio di Opera. “Si può? Signori, Signori” è Tonio che, in costume da Taddeo, si presenta come Prologo, fungendo da portavoce dell'autore ed enunciando i principi informatori e la poetica dell'opera. Si riapre il sipario ,in scena “Pagliacci” opera in due atti di Ruggero Leoncavallo, rappresentata per la prima volta al Teatro dal Verme a Milano, il 21 maggio 1892 con la direzione di Arturo Toscanini.
In una periferia del villaggio si celebra la festa dell’Assunzione e la gente attende l’arrivo di un gruppo di attori girovaghi, alle undici andrà in scena la loro commedia che ha per tema i guai e la vendetta di Pagliaccio. Canio non sospetta che la moglie Nedda lo tradisca con Silvio, un contadino del luogo. Tonio, che ama Nedda ma che è da lei respinto, giura vendetta ed avvisa Canio del tradimento.
Questi scopre i due amanti che si promettono amore, ma Silvio fugge senza che Canio lo veda in volto. Canio vorrebbe scagliarsi contro Nedda, ma arriva uno degli attori a sollecitare l'inizio della commedia perché il pubblico aspetta. Canio non può fare altro, nonostante il suo turbamento, che truccarsi e prepararsi per la commedia, il suo soliloquio “Vesti la giubba” è uno dei momenti più noti dell’opera.
"Ridi Pagliaccio", piange Canio: il pagliaccio deve far ridere anche se ha il cuore a pezzi. Lo spettacolo ha inizio, Nedda è Colombina, Canio è Pagliaccio, suo marito tradito, la realtà e la finzione finiscono col confondersi, Canio perde il controllo nascondendosi dietro il suo personaggio ordina a Nedda di dirgli il nome del suo vero amante. Più Nedda cerca di rispettare il suo personaggio di Colombina, più Canio si dispera insistendo che lui non è un Pagliaccio, ma un uomo dai sentimenti veri.
Il pubblico entusiasta interpreta queste emozioni intense come una grande prova di recitazione. La tragedia è dietro l’angolo. Nedda inizia a cantare una gavotta “Suvvia, così terribile”, poi si ferma. Canio l’accoltella, Silvio accorre ad assisterla e Canio accoltella anche lui, poi sbalordito dichiara: “La commedia è finita”.
Di Piero Giugliacci, dalla voce tonante, difficilmente il pubblico dimenticherà la sua interpretazione di Canio. Il suo “Vesti la giubba” popolerà le nostre memorie illo tempore, come la commozione di questo grande artista di fronte allo scroscio di applausi del pubblico del Verdi, che entusiasta reclamava il bis.
Amarilli Nizza è una suadente Nedda, un po’ sognatrice, un po’ civettuola. Voce importante e duttile, di eccellente tecnica vocale e di grandi doti interpretative, riesce a toccare vertici di indiscussa bellezza in ogni registro e a dare la dimensione della sensualità, della frivolezza, della passione e del dramma nelle differenti situazioni.
Alberto Gazale ci fa nuovamente onore della sua bravura (dopo aver interpretato Alfio nella “Cavalleria Rusticana”), regalandoci un caratteristico Tonio che fin dall’inizio catalizza il pubblico. Giovane e talentuoso, baritono dalla voce salda, timbrata, dai contorni nitidi e lucenti, ottime doti interpretative. Lorenzo Amato centra anche questa volta la regia con l’uso di scene sostanziali: la carretta ed il piccolo palcoscenico di fortuna, le nuance forti che richiamano i colori della natura, anche nella scelta dei costumi e la particolare caratterizzazione dei personaggi. Applausi, applausi ed ancora applausi: la magia dell’Opera ha fatto sognare tutti.

Linda Ansalone

Salerno in prima, 27/12/2011 www.salernoinprima.it

 


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