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12/09/2011

Salerno, Teatro Verdi:”Norma”

9/12/2011, Gb Opera

Il destino di Norma è ingrato: spesso diventa uno spettacolo polverosamente incanalato in una tradizione fatta di alberelli e graziosi ruderi o brandelli di statue, immagine di una romanità e di un ordine morale decadenti; altrettanto spesso è titolo che lascia mano libera alla fantasia di registi che sperimentano, in spazi astratti, regie concettualmente ingarbugliate. Francesco Torrigiani (regia) e Tommaso Lagattolla percorrono una terza via, nuova ed elegante ad un tempo. Le vicende della sacerdotessa druidica sono ambientate in uno spazio claustrofobico degno della migliore Cio-Cio san: l’idea di partenza è quella di portare in scena un nucleo sociale ed umano chiuso e poco aperto verso l’esterno. Lo scenografo si rifà così alle opere di Edoardo Landi e Jannis Koounellis e crea una struttura lignea in forte pendenza verso il boccascena, raffreddata e riscaldata dalle splendide luci di Alessandro Carletti e Alessandro Santarelli, con sette porte verso il mondo esterno (cinque sullo sfondo e due in corrispondenza delle quinte). In questo spazio angusto e ancestrale, ulteriormente compresso in alcuni punti salienti del dramma da pareti e specchi che calano dall’alto, agiscono i personaggi altrettanto compressi dal proprio destino. Nel finale arriva il coup de théâtre: al grido di Norma «Padre, addio!», si apre una botola, la scena si tinge di rosso e mentre sulla scena cala il buio la Sacerdotessa va’ verso la morte, verso le viscere della terra. In questa cornice la regia si muove lontano dalla tradizione: Norma è una sacerdotessa-guerriera, con una gestualità severa e definitiva, molto vicina a quella dello Zaccaria areniano inscenato da De Ana dieci anni or sono, le masse sono governate con attenzione e curate nei movimenti ispirati ad  solenne ritualità, i rapporti fra azioni e reazioni sono credibili, orientati al dramma nella sua dimensione pubblica e interiore. Elegantissimi i costumi dello stesso Lagattolla, con una gamma cromatica che spazia dal celeste al porpora, dalle tonalità chiare a quelle scure. Coprodotto con il Teatro Petruzzelli di Bari, lo spettacolo è quindi di qualità, un bel prodotto del nostro sud spesso ingiustamente attaccato e bistrattato. Auguriamo allora a questa produzione di unire l’Italia, di farsi conoscere al centro e al Nord.
La bacchetta di Daniel Oren è teatralmente efficacissima. In un dialogo serrato quanto “rumoristico” con orchestra e con i cantanti, che accompagna e segue con paterna attenzione, il direttore israeliano riporta il capolavoro belliniano alla logica di una drammaticità viva ed espressiva, sbalzando le dinamiche (vedi i ripetuti “pianissimo” fin dalle prime battute), i rapporti fra le sezioni, gli accesi contrasti ritmici (ed è serratissimo e severo quello del coro «guerra, strage, sterminio») e quelli cromatici. Un percorso in cui l’orchestra del Verdi segue la sua guida con filiale fedeltà ma da cui è però spesso esclusa l’attenzione al “rubato” e in cui il discorso musicale, ricondotto alla sola logica del rigore, rischia di diventare eccessivamente quadrato.
Lucrecia Garcia (Norma in  extremis al posto di Dimitra Theodossiou) si scalda in itinere e dopo un inizio sottotono (e di questo ne risente anche «Casta Diva») si lascia apprezzare per l’ampiezza di un organo che ha belle risonanze e valida fluidità nel canto virtuoso. Inoltre, in molti momenti, la soprano venezuelana domina la potenza dello strumento in ragione dell’espressività musicale e regala dinamiche di teatrale effetto, specie nei diminuendo («Padre, tu piangi?»). A non convincere è però la compartecipazione emotiva al ruolo, che nonostante il grande impegno profuso è alquanto sommaria, vuoi anche per la provenienza della cantante. Sebbene Oren si sbracci e si agiti nel corso di tutta la rappresentazione per invitarla ad un canto che guardi alla parola, la Garcia lascia cadere molte occasioni per dare un giusto peso drammatico alla linea melodica.
A farle da contraltare, Sonia Ganassi, (che ha rinunciato alla Semiramide sancarliana per motivi di salute, ndr): Adalgisa ideale, in prima istanza sul piano interpretativo e della partecipazione dell’interprete al dramma interiore del personaggio. La cantante è poi superlativa: sebbene rimangano la sensazione di una voce innaturale (ossia “costruita”) e alcune perplessità su una tecnica di respirazione invero piuttosto rumorosa, la linea è morbida e calda, gestita sempre con grande eleganza in ragione della parola e di una preziosa e avvolgente cantabilità. La Ganassi sguazza così nelle sezioni più liriche della parte, che non la impegna molto nel canto fiorito, dispensando messe di voce straordinarie (e segnaliamo con piacere quelle su «Deh proteggimi, o Dio» e «Io l’obliai», nel duetto con Pollione) e pianissimo di prezioso velluto.
Nel dialogo fra le due donne, il “duettone” del I atto non solo si erge un punto di grande interesse esecutivo ma è anche il punto migliore della rappresentazione: un gioco di palpiti e spasimi dove le cantanti raggiungono una preziosa sintonia nelle sezioni vocalizzate e cadenzali, un gioco di sguardi e respiri nel quale la bacchetta di Oren sceglie giustamente di non intromettersi.
Rimaniamo stupiti dai miglioramenti di Roberto Aronica, che riascoltiamo in teatro dopo diverso tempo. La voce si è fatta più robusta, specie nel registro centrale, il timbro si è inscurito e con lui la tavolozza cromatica. In sintesi, siamo di fronte ad un bel bari-tenore e ad un cantante scenicamente signorile ed elegante. Aronica dovrebbe però ancora lavorare sulla varietà dinamica (la linea è perennemente in mezzo-forte), sul pianissimo, sull’espressività  da riscoprire quale chiave utile ad evitare affaticamenti inutili dell’organo, in modo da concentrare il pieno dell’energia sui passi di spinta, dove a volte arriva invece affaticato. L’Oroveso di Carlo Striuli è tonante e autorevole, la Clotilde di Fracesca Franci è lussuosa, mentre Enzo Peroni è Flavio assai valido. Il coro del Teatro dell’Opera di Salerno è una vera e propria macchina da guerra di cui Luigi Petrozziello eccellente stratega. La platea del Verdi si scalda e si infiamma, applaude con partecipazione e coinvolgimento.

Marco Stacca

9/12/2011, Gb Opera www.gbopera.it

 

 


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