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12/01/2011

E Pollione, a ragione, scelse Adalgisa: Norma al Teatro Verdi di Salerno

Oltrecultura, 1/12/2011

E Pollione, a ragione, scelse Adalgisa: Norma al Teatro Verdi di Salerno     

Non è mia consuetudine e neppure è formalmente elegante riprendere nel lead di una recensione un' espressione riportata nel titolo; le ?Norme? di efficace scrittura giornalistica lo sconsigliano, tuttavia, onde mettermi al riparo dalle ire di una coalizione che si costituirebbe, per coincidenza di scopi, tra melomani belliniani; e femministe di ogni fede musicale, mi corre l'obbligo di precisare di non condividere le scelte affettive del proconsole romano, per altro rinnegate nel doppiamente tragico finale della tragedie lyrique di Bellini e Romani.
L'opzione a cui ci riferiamo rimanda alla resa musicale delle rispettive interpreti delle due sacerdotesse.
Quanta retorica, troppa temo, per evidenziare che nell'edizione messa in scena al Teatro Verdi di Salerno, con la direzione musicale di Daniel Oren, la regia di Francesco Torrigiani e scene e costumi di Tommaso Lagattolla, per una coproduzione con il Teatro Petruzzelli di Bari, la deuteragonista Adalgisa, per la superiore qualità vocale e scenica della sua interprete Sonia Ganassi, ha surclassato Norma, non felicemente sostenuta da una Lucrezia Garcia, per la quale il cognome deve rappresentare uno scomodo fardello, rimandando a cotanto(i) Maestro(i).
La giovane cantante venezuelana, che pure vanta successi in ruoli settecenteschi e belcantistici, ha imboccato da qualche tempo la strada lirico-drammatica, smarrendo, a quanto abbiamo ascoltato il 30 novembre 2011, nitidezza d'intonazione, legato, leggerezza di attacco, ovvero tutto quanto di indispensabile è richiesto ad un soprano che voglia cimentarsi nel ruolo dell'eroina belliniana delle Gallie.
E ancora ci troviamo a stigmatizzare i malvezzi di agenti, insegnanti e direttori artistici, che trascurano le voci liriche di agilità, ovvero le spingono verso la coloratura pura o, viceversa, verso il lirismo drammatico; accade con preoccupante frequenza che voci votate al belcantismo, quindi, si schiariscano artificiosamente, rinunciando al corpo del suono, oppure, bruniscano e ingrossino i registri medi e gravi per affrontare il repertorio drammatico.
Di Maria Callas ce n'è stata una e, per la peculiarità della sua voce, non può essere additata a riferimento, tanto meno per la genialità· può essere imitata.
Quale allenatore di calcio suggerirebbe ad una promettente mezzala di ingrassare a dismisura, arricciare la chioma, abbassarsi di statura e fare bagordi al solo scopo di emulare il mitico Pibe de oro? Non preparerebbe un nuovo talento ma un ulteriore obeso, di cui il mondo non sentirebbe· certo il bisogno.
Il pubblico salernitano e non solo, attendeva nel ruolo di Norma la beniamina Dimitra Theodossiou, la quale, per motivi a noi non noti e sui quali non interessa indagare, ha rinunciato, per dare spazio alla Garcia.
Il soprano sudamericano ha fornito una prova non eccelsa: recitativi poco curati, appoggio tremulo, cambi di registro troppo disomogenei, intonazione non impeccabile e, soprattutto, una scenicità che non ha saputo essere né ascetico-sacerdotale, né passionale e terrena; le due anime che si combattono in Norma non sono state mai rappresentate nella voce e nella mimica di Lucrezia Garcia.
Altro risultato e grande talento, invece, confermato da Sonia Ganassi, un mezzosoprano chiaro che in un ruolo di soprano secondo sa esaltare le qualità di una voce nitida, ben articolata e dalla emissione intonata e diretta; probabilmente anche affezionata al ruolo, la Ganassi ha fatto emergere il personaggio in tutta la sua sbalordita ingenuità, nella virginale credulità che costituiscono quelle virtù che guadagnano ad Adalgisa il perdono e la benedizione di Norma.
Il maschio della vicenda, Pollione, proconsole di Roma nelle Gallie, nel 50 d.C., è un personaggio invero meschino, lo si direbbe bulletto arrogante a caccia di nuovi stimoli che compensino un incipiente calo di androgeni, prontamente dimentico di essere padre e compagno di una donna sacerdotessa di una religione diversa e di un popolo sottomesso, il romano de Roma,· è un antesignano di Pinkerton da esportazione; egli non cerca una sposa romana, ma tenta di portare con sé a Roma una vergine delle Gallie quale trofeo da esibire in parata trionfale.
Roberto Aronica ha ricoperto con sufficiente diligenza il ruolo; se la freschezza vocale glielo avesse consentito ci avrebbe mostrato un Pollione in preda al fuoco delle nuova passione, invece una certa preoccupazione ha suggerito al tenore di mantenere un profilo basso· e, alla fine, la sua prova, se non ha esaltato, ha avuto il pregio di limitare le defaillance.
Carlo Striuli è sempre un gran professionista affidabile, anche quando rivela stanchezza da malanni stagionali, come nella circostanza, nel dare voce e stazza ad Oroveso; positiva e di rilievo la prestazione di Francesca Franci in Clotilde e sempre da soldatino diligente e fidato, quella di Enzo Peroni in Flavio.
?Fiasco, fiasco, solenne fiasco!? non è un resoconto della recita salernitana, che, viceversa è stata salutata con scroscianti applausi, ma il commento a caldo che Vincenzo Bellini affidò ad una lettera che si affrettò a redigere appena rientrato dal Teatro alla Scala il 26 dicembre 1831.
Le premesse, invece, facevano prevedere un successo: il libretto era stato tratto da Felice Romani, poeta di fama e alla moda, dalla tragedia di Alexandre Soumet "Norma ou L?infanticide" , andata trionfalmente sulle scene di prosa nel precedente aprile, Bellini era un musicista dalla grande attrattiva e la compagnia di canto riuniva tra i migliori talenti dell'epoca Giuditta Pasta, Giulia Grisi e Domenico Donzelli.
Ma il pubblico milanese non apprezzò immediatamente la cifra drammaturgica alquanto compressa e, se vogliamo, inverosimile e resa ancor meno credibile dalla scelta di Romani di emendare l'infanticidio, che, invece, era centrale nella tragedia in prosa, al punto da darle il titolo.
La violenza della madre sui propri figli, nati da un'unione colpevole perchè vietata dalle leggi della religione e della ragion di stato, che tanto rimanda a Medea, rende linearmente coerente il ripensamento finale di Pollione, scosso da un sussulto emotivo che gli restituisce un barlume di dignità paterna e di pietà mista a rimorso, se non ad amore, nei confronti di Norma.
La contraddittorietà dei personaggi espone gli interpreti a gravissimi rischi; la riuscita di una rappresentazione di Norma è strettamente dipendente dalla qualità vocale dei tre protagonisti, a cui non è concesso il minimo errore.
Quanto in Soumet è tragico, in Bellini è lirico; ciò che è azione violenta nella prosa, diviene tormento interiore nell'opera in musica e il grido di dolore diventa canto dolente, secondo quelle formule ben consolidate della scuola napoletana, di cui il compositore catanese è tarda, ma sublime espressione.
Metastasio è alle spalle, ormai, suggerisce ancora archetipi quali il conflitto amor di patria versus amore carnale e di entrambi contro l'amor filiale, ma il romanticismo bussa alle porte deciso.
Il Coro del Teatro dell'Opera di Salerno, diretto da Luigi Petrozziello, ha ben figurato, tanto nei momenti di raccoglimento che in quelli di impeto guerriero.
L'Orchestra Filarmonica Salernitana è sempre docile strumento nelle mani di Oren che sa trarre il meglio; la Sinfonia è stata densa e meditata e solo un lieve squilibrio tra i legni, che ha visto flauto e ottavino superare inopportunamente le ance, e minime imprecisioni dei violoncelli, hanno incrinato un'esecuzione altrimenti impeccabile.
Regista e scenografo/costumista sono, rispettivamente Francesco Torrigiani e Tommaso Lagattolla, sono "uomini di pentagramma" che fanno del rispetto per la partitura premessa ineludibile.
Nell'intervista riportata nel libretto di sala, Lagattolla esplicita il proprio progetto:"Questa produzione nasce da un concetto forte ed estremo: rappresentare un nucleo sociale ed umano sostanzialmente chiuso e poco aperto verso l'esterno. Per comunicare al pubblico questo principio ho creato una sorta di cella, un naos arcaico, la struttura più intima e proibita del tempio greco che cinge la Foresta sacra delle Gallie"
La perfetta convergenza col pensiero registico ha poi portato lo scenogravo a voler rappresentare l' "aspetto più ancestrale del luogo e abbiamo voluto ricreare un ?fortino? attorno alla roccia d'Irminsul, cosicché quello che il pubblico potrà vedere sarà un grande contenitore argenteo che si corroderà con il procedere dell'opera, e più Norma sarà compromessa con gli stranieri, più la scenografia si aprirà verso l'esterno".
La regia di Torrigiani esalta gli aspetti arcaico-barbarici, allontanando da noi, moderni spettatori, i modelli di comportamenti, evocando, nel contempo, le vicinanze archetipiche dei sentimenti più intimi.
L'ambientazione gallica espone al rischio di confezionare una sorta di "Asterix contro il traditore Pollione", con la colonna sonora di "Casta diva", il regista ha ben dosato verosimiglianza e simbologia, coadiuvato dallo scenografo che ha anche disegnato costumi che hanno attinto dai colori della natura, avvicinandoli per contrasto, invece che per sintesi o concordanza.
Per fare una buona Norma occorre una buona Pasta (Giuditta), avrebbe potuto affermare Vincenzo Bellini, tra il musicale e il gastronomico; al Teatro Verdi di Salerno i condimenti sono stati eccellenti e abili sono stati i cuochi, genuini gli ingredienti collaterali.... ma, che siano spaghetti napoletani o cavateddi catanesi, a dare senso e gusto al tutto è la pasta che deve intervenire, la vera prima donna della tavola e delle cene anche del dopo teatro, perchè no.
Le repliche si terranno venerdì 2 dicembre 2011 alle 21.00 e domenica 4 dicembre 2011 alle 18.30.

Dario Ascoli

Oltrecultura, 1/12/2011 www.oltrecultura.it 

 


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