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29/12/2011

Il Dittico verista trionfa al Verdi di Salerno

Oltrecultura, 29/11/2011

La Stagione Operistica 2011 del Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno si è conclusa il 26, 28 e 30 dicembre 2011 con un evergreen del repertorio musicale italiano, il cosiddetto "dittico" composto da Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, brevi opere spesso associate per appagare esigenze di durata e, naturalmente, in virtù dell' affinità stilistica tra esse intercorrente.
Due cast eccellenti con qualche elemento in duplice impegno, direzione musicale di Daniel Oren e regia di un artista che ormai non è il caso definire emergente, perchè da qualche tempo naviga a vele spiegate sulle scene: Lorenzo Amato.
Cavalleria Rusticana è considerata la prima opera "verista" italiana e, se pensiamo che Carmen di Bizet, di qualche anno precedente, è un'opera in lingua francese ambientata in Spagna, ci sentiamo autorizzati ad affermare che "Cavalleria" sia il primo esempio di melodramma verista che attinga alla cultura e alla tradizione di una nazione, sia musicalmente che letterariamente.
Dal positivismo degli anni centrali del XIX secolo mosse, in Francia, il naturalismo e, qualche anno dopo, in Italia, il verismo.
Benché le due correnti condividessero l'approccio narrativo ricco di riferimenti a situazioni della vita quotidiana e il linguaggio attingesse a espressioni popolari, gergali e dialettali, il naturalismo transalpino, soprattutto con Emile Zòla, privilegiò ambientazioni piccolo-borghesi in interni cittadini, mentre Verga, in Italia, scelse atmosfere contadine del profondo meridione con frequenti scene all'aperto e moltitudini di personaggi in funzione corale.
Erano i decenni in cui la cosiddetta "questione meridionale" si andava configurando, mentre solo nell'ultimo scampolo di secolo, con Agostino De Pretis, l'Italia si era data un governo, se non progressista, almeno liberale e aperto al sociale. Questo è il contesto socio-politico in cui le novelle di Giovanni Verga vennero composte.
Probabilmente Mascagni conobbe "Cavalleria" nella fortunata versione teatrale che la divina Eleonora Duse, a partire dal 1884, portò al successo, e non attraverso la lettura di "Vita dei campi".
La novella di Verga , ormai dramma teatrale, giunse a Livorno, città natale di Mascagni, per il tramite del commediografo semidilettante Giannino Salvestri, che si riprometteva di ricavarne un libretto per un melodramma da offrire a Giacomo Puccini e, per tanto, inoltrò richiesta al Verga perchè gli concedesse la licenza di utilizzare il testo letterario.
Dopo alcuni anni, durante i quali nè libretto nè melodramma furono realizzati, per una coincidenza un altro livornese, Giovanni Targioni-Tozzetti, dopo aver assistito ad una rappresentazione teatrale del dramma, propose al giovane musicista concittadino di comporre un melodramma su "Cavalleria rusticana" e ai due si affiancò il Menasci con l'incarico di "limare" i versi.
Quest'ultimo dovette probabilmente spuntare l'utensile quando, con una incoerenza teologica da scomunica del Santo Uffizio, si lasciò sfuggire: "Inneggiam, Il Signor non è morto, Ei fulgente Ha dischiuso l'avel, Inneggiam Al Signore risorto
Oggi asceso Alla gloria del Ciel!
In barba ai Vangeli e al valore che la morte del Cristo e la Resurrezione assumono per tutti i cristiani.
Ci perdonino i due autori se ci permettiamo di notare che, senza rinunciare alla musicalità del verso,di certo prioritaria per Mascagni, i due poeti avrebbero potuto sostituire il quasi blasfemo verso con un teologically correct: "Il Signor per noi morto".
Chiesto il permesso a Verga, che nel frattempo lo aveva concesso anche a Gastaldon, la gestazione fu portata rapidamente a termine, tantè che Mascagni (o meglio sua moglie Lina) potette spedire la partitura perchè partecipasse, con esito vittorioso, al concorso per un melodramma in un atto, bandito dall'editore Sonzogno.
Tanto in Verga quanto in Mascagni si percepisce distintamente un furore retorico per la vita contadina condito di amore per la natura e per i sentimenti vividi, immersi in una calda religiosità; uno sfondo molto lontano da un'immagine alla Pellizza da Volpedo e soprattutto privo di riferimenti alle nascenti lotte contadine e operaie organizzate dalle leghe che di lì a poco avrebbero dato vita ai sindacati e ai movimenti e partiti socialisti e operai.
Mascagni è figlio della piccola borghesia mercantile toscana e la sua "emigrazione" nel cuore della Puglia contadina (Cerignola) ha quasi il sapore della fuga da una società del centro Italia in cui si affacciano i primi conflitti di classe, Verga, viceversa, preferì descrivere la Sicilia contadina dai lussuosi salotti milanesi.
Una collateralità servile al regime fascista farà il resto, e la morte dell'autore, sopraggiunta in quell'epocale 1945 in un lussuoso Hotel di Roma, dove aveva trascorso gli ultimi decenni di vita, solo in parte risparmierà al musicista livornese l'ostracismo della nuova classe intellettuale antifascista che ne metterà al bando le opere per tutti gli anni '50.
La musica del talentuoso ma indisciplinato compositore è in assoluta continuità con la tradizione romantica, del tutto tonale e debitrice nei confronti di melodie e stilemi popolari: sono caratteristiche che rappresentano i limiti e il fascino di un'opera che nel breve volgere di circa 50 minuti rappresenta un ritratto di una Sicilia arretrata e bigotta disposta a ritenere nell'ordine naturale delle relazioni umane il delitto d'onore.
Verdi (e Shakespeare) con Otello aveva voluto indurre l'orrore per un sentimento forse inevitabile, ma sicuramente ignobile nelle conseguenze più violente, come la gelosia; il verismo di Verga e Mascagni, se ci commuove per il dolore di Mamma Lucia per la morte di Turiddu, tende a sospendere il giudizio sulla vendetta violenta e sul farsi "giustizia" da sè.
In un giorno di Pasqua in cui la Cristianità celebra il trionfo della vita sulla morte, gli uomini si fanno giustizia a prezzo della vita e non vi è traccia di condanna sociale per un crimine che lungi dal restituire "onore" sottrae dignità all'amore, coniugale o adultero che esso sia.
Su tutto, ad aggravare il quadro di degrado, una madre in lutto, che alle edipicità irrisolte sovrappone un senso di ineluttabilità che fa di un popolo oppresso, sfruttato e vilipeso, una moltitudine di "mammoni", piagnoni paladini dell'onore maschile, e di vedove e mamme in lutto, tutti acquiescenti e votati alla subalternità a poteri illeciti e sanguinari.
Pagliacci è un dramma in un prologo e due atti, brevi e dall'azione serrata, su libretto dello stesso compositore Ruggero Leoncavallo; la prima esecuzione avvenne a Milano nel Teatro dal Verme, 21 maggio 1892, quindi di due anni successivo al trionfo di Cavalleria Rusticana, sotto la direzione di Arturo Toscanini.
L'Italia meditava su un processo unitario che, se la geografia politica sanciva ultimato, la coesione culturale e sociale mostrava assai embrionale.
Il meridione del neonato Stato nazionale esercitava un fascino ambivalente sul resto d'Italia: orgoglio di una conquista di popolazioni dal passato glorioso e diffidenza verso culture con usanze, credenze, riti e valori fortemente identitari.
La letteratura verista si incaricò di narrare vicende, descrivere paesaggi fino a suggerire, se non una nostalgia separatista, una fierezza di radici.
Non è sfuggito a molti una affinità situazionale tra Pagliacci e alcune opere di crisi di identità umana, ovvero di ricerca di univocità di essa, di un grande figlio della terra di Sicilia come Luigi Pirandello; se Mascagni attinge a Verga, quasi all'insaputa dello stesso drammaturgo, Leoncavallo, pochi mesi dopo, decide di condurre il verismo fin sul confine del decadentismo.
I temi recuperano a pieno temi propri del melodramma romantico: gelosia, tradimento, invidia, inganno, vendetta e morte, ma l'espediente più innovativo, benchè presente persino in shakespeare, è il teatro nel teatro, visto dagli occhi di un "artista di giro", un saltimbanco, un pagliaccio di circo.
Leoncavallo ha voluto stilare un manifesto verista collocandolo nel Prologo, affidato a Tonio/Taddeo: L'autore ha cercato invece pingervi uno squarcio di vita. Egli ha per massima sol che l'artista è un uomo e che per gli uomini scrivere ei deve. Ed al vero ispiravasi. (?) E voi, piuttosto che le nostre povere gabbane d'istrioni, le nostr'anime considerate, poiché noi siam uomini di carne e d'ossa, e che di quest'orfano mondo al pari di voi spiriamo l'aere!.
Non può il compositore napoletano vantare il primato di originalità in quanto vent'anni prima Pietro Cossa aveva, in Nerone, affermato l'autor s'attenne a quella scola che piglia le leggi dal verismo.
All'origine della trama del libretto vi era un episodio di cronaca nera realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria, il cui giudice incaricato del processo era stato il padre di Ruggero Leoncavallo.
In Cavalleria rusticana, che ha impegnato la prima parte della serata, sono stati protagonisti due autentici mattatori: l'inossidabile Giovanna Casolla (Santuzza) e uno dei pochi tenori di temperamento drammatico (un altro lo citeremo per Pagliacci) quel Marcello Giordani (Turiddu) "così limpido quand'è limpido", diremmo parafrasando Manzoni.
In comune alle due opere un Alberto Gazale in buona disposizione, con il suo caratteristico colore, versatile nel lirico e nel drammatico (Alfio e Tonio).
Una nobile, anche troppo, Francesca Franci, ha dato voce e fisicità a Lola, tratteggiando un personaggio quasi medio-borghese, come a voler indicare una fascinazione di Turiddu indotta dalle procacità non meno che da un desiderio di ascesa sociale o di rivalsa di ceto.
Mamma Lucia è stata incarnata da Milena Josipovic, al debutto nel ruolo; il mezzosoprano non ha riprodoto triti cliché, la sua sofferenza fatta anche di premonizioni inconfessate è stata da tragedia greca. Vocalità duttile ed estesa con buona omogenietà.
Dicevamo di Giovanna Casolla in Santuzza; certo l'anagrafe non la premierebbe in un ruolo da quasi adolescente, ma chi mai chiederebbe un documento ad una signora del canto capace di sostenere i suoni con tanta stabilità di diaframma e di recitare con intensità e densità impareggiabili?
Giordani, quando è in stato di grazia è capace di prove da antologia e, evidentemente, l'aria di una Salerno illuminata a festa gli ha evocato le motivazioni giuste per donare un Turiddu dallo squillo e la brunitura ideali.
Nel dramma di Leoncavallo viene da osservare come Pagliacci faccia rima con Giuliacci, il tenore, la cui linea fisica migliora di mese in mese, ha finalmente permesso al pubblico di ascoltare un Canio di statura drammatica credibile.
Acuti appoggiatissimi e recitazione centrata: inevitabile richiesta di bis di Vesti la giubba e generosa concessione, con dedica a Luciano Pavarotti e a Ghena Dimitrova, indimenticabili artisti.
Prova di giovanile maturità per Amarilli Nizza in Nedda, resa con avvenenza credibile e quel procedere verso una morte catartica come ultima e unica scelta che liberi il personaggio dal prorompente desiderio adulterino e dal tormento della propria irriconoscenza; tutto il rivolgere dell'animo in Qual fiamma avea nel guardo.
Alberto Gazale ci è piaciuto maggiormente in Tonio che in Alfio; nel personaggio leoncavalliano il baritono ha mostrato una cifra didascalica nobile nel Prologo e ha giocato ottimamente scena e voce nel corso del dramma, anche se il Rigoletto, che pure doveva essere ben presente nella mente del compositore, è stato quasi un fantasma alter ego del pagliaccio storpio.
Di Vito Priante in Silvio si può solo dire che emissione e recitazione si collocano in un ambito di eccellenza; il giovane innamorato, sanguigno e ingenuo, nella vocalità del baritono napoletano assume un protagonismo che in molte altre produzioni sfugge all'ascoltatore, nonostante il personaggio sia motore della tragedia: chapeau.
Debole, se raffontata al contesto, la prova di Francesco Pittari in Peppe; il tenore sciupa l'occasione di mettersi in rilievo nella Serenata di Arlecchino, che pure il regista permette al cantante di eseguire col favore della scena, laddove la partitura indica (di dentro).
Professionali quanto sanno bene essere Angelo Casertano e Angelo Nardinocchi, ovvero Gli Angeli custodi di Oren, il quale sa di poter sempre contare su due infallibili comprimari, nella circostanza nei Due contadini.
Il Coro del Teatro dell'Opera di Salerno, diretto da Luigi Petrozziello si è comportato molto diligentemente e a tratti, pregevolmente; peccato che, per scelta del regista, in Cavalleria, gli aranci olezzassero troppo distanti e che il bel profumo di agrumi di Sicilia giungesse troppo tenue, nonostante gli sforzi di Oren di mantenere in pianissimo la buca.
Vivace il Din Don di Pagliacci e i cori dei contadini in Mascagni: l'età media ragionevolmente bassa dei coristi è un valore aggiunto del Coro salernitano.
Tenero ed entusiasta il Coro di Voci bianche diretto da Silvana Noschese e graziosa la partecipazione di Francesca Macchiarulo, nel personaggio di una bambina, voluto del regista come testimone delle tragedie e speranza di futuro, liberato da pregiudizi e discriminazioni.
La regia di Lorenzo Amato, che dichiara nell'intervista concessa a Claudia Cianciulli , delle due opere che "non prevedono cantanti schierati in posizioni statiche" ha rispettato il proposito pienamente solo in Pagliacci, anche avvantaggiandosi delle qualità di Gazale impegnato in un ruolo di maggiore interazione e della leggiadria di Amarilli Nizza.
Se Turiddu pronunciasse "vado fuori all'aperto" nell'atto di andare e ritornasse per abbracciare la madre, invece che stazionare su una sedia, sottratta all'anziana genitrice, la scena, oltre che meglio rispondente ad un 'idea del vero, avrebbe un intenso dinamismo.
Certo non ci si attendeva il carretto di Alfio giungere in scena, dati gli spazi a disposiziome, ma il carrettiere, in abiti molto da festa, per la ricorrenza pasquale, non lo si direbbe giungere da lungi, ma ci si chiede come non si sia accorto della presenza nei pressi della propria casa di Turiddu in compagnia di Lola: che fosse andato proprio dal sarto a ritirare il suo abito?
Il finale di Pagliacci ha voluto evidenziare un sentimento di pietà per il corpo straziato di Nedda, un intenso sguardo al cielo di Canio e un giubba a ricoprire la ferita inferta all'amata. Bravo Giuliacci anche in tal frangente.

Dario Ascoli

29/12/11  www.oltrecultura.it

 


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