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La "mescolanza" di Roberto De Simone

positanonews.it, 27/09/2014

Il genio napoletano sta provando al teatro Verdi "Il combattimento di Tancredi e Clorinda" e l’ "Histoire du Soldat" in scena dal I ottobre

L’ autunno del teatro Verdi di Salerno verrà inaugurato, il I ottobre, alle ore 21, dall’evento più prestigioso ed interessante dell’intero cartellone, “Il combattimento di Tancredi e Clorinda” di Claudio Monteverdi in un confronto con l’ “Histoire du Soldat di Igor Stravinsky”, rivisitati da Roberto de Simone. I due momenti hanno un comune denominatore, nei disastri della guerra. Negli antichi poemi epici, nei quali rientra la Gerusalemme Liberata, entrano in campo quali moderni missili intelligenti, gli eroi, mentre nelle vicende moderne fanno la guerra i poveracci, i soldati, i militi ignoti che muoiono, in e per questo prodotto di massa, quale è la guerra, oggi. Per avvicinare le distanze tra i due momenti, Roberto De Simone ha ricercato nei due capolavori gli stessi timbri, trascrivendo, la musica di Monteverdi per gli stessi strumenti che Stravinsky usa nella sua Histoire du Soldat, facendola precedere da un “cuntu” di due cantastorie, Vincenzo Pirrotta, affiancato da Raffello Converso, i quali, con il loro antico dire, anticipano il rap che ritroveremo nell’Histoire, nonché evocano lo stile concitato del Monteverdi, con il raccorciarsi di pause, accenti e pause, prima di cedere agli attori il duello all'ultimo sangue. A parte, due cantanti, Enrico Vicinanza e Minni Diodati intoneranno le ottave del Tasso, sottolineate dalle tastiere di Giovanni Imparato, dalla chitarra elettrica di Filippo D’Allio e dal basso elettrico di Leonardo Massa. Stravolta anche l’ Histoire du Soldat di Igor Stravinsky cui De Simone ha dedicato il massimo del cimento e dell’invenzione. Se la musica è stavolta rispettata, con i sette strumenti (violino, clarinetto, fagotto, tromba, trombone, contrabbasso e percussione) diretti da Renato Piemontese, esprimenti la volgarità sguaiata, la logora malizia della musica d’uso cittadino, canzonette, echi di circo equestre, marce militari, ballabili, dal valzer al tango sino al ragtime, che sprigiona un senso di desolazione, in conformità all’amaro pessimismo della storia, De Simone ha tradotto, invece, il testo francese di Ramuz, rendendolo con una pluralità linguistica, sostituendo il narratore con tre rappers (Paolo Romano, Alessandro e Marco Caricchia) che raccontano e commentano, a modo loro, anche in un asciutto napoletano, la sfida tra il Soldato e il Diavolo, interpretati rispettivamente da Raffaele Converso e Vincenzo Pirrotta. E’ questo il  Roberto De Simone che amiamo e che ci incanta, il Roberto della mescolanza con il suo intreccio di lingue voci e suoni, voci colte e popolari che parlano la lingua poetica dei madrigali e quella del rap. De Simone è figlio e padre di Napoli, una città “porosa”, per parafrasare la celebre definizione che Benjaminin coniò per questo luogo magico, per la quale non è facile fissare una specifica identità, ma è come un mare che ha ricevuto e riceve acqua da tanti fiumi. Una città che tante volte sembra esaurita, finita e sa rigenerarsi come la sua musica, la sua lingua, la sua maschera che non muore mai. Ecco che ogni opera di Roberto De Simone, diviene palestra-kèpos, un dialogo dell’uno dei e dei molti, sulla base di provocazioni sempre suggestive, poiché provengono dalla favola, incamminandosi sulle tracce del Parmenide di Platone, il dialogo della rottura, della parità e della mescolanza, dando vita ad una sempre rinnovantesi forma d’arte, in un eccelso cortocircuito temporale nella dimensione del sogno.

Olga Chieffi

positanonews.it, 27/09/2014

 


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