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Roberto De Simone: laboratorio sul Maligno

positanonews.it, 5/10/2014

Successo al teatro Verdi per il ?Combattimento e storia di un soldato?, un viaggio a rotta di collo tra Monteverdi e Stravinsky

Il teatro Verdi sembra aver vinto la propria battaglia contro la pigrizia di una parte del potenziale pubblico, nell?interesse dello stesso uditorio, che speriamo possa finalmente continuare a vibrare per un repertorio che sa unire alla suprema densità di scrittura, non meno straordinaria amabilità e accattivante eloquenza, che abbiamo ritrovato nel ?Combattimento e Storia di un soldato?, in cui Roberto De Simone ha posto a confronto ?Il combattimento di Tancredi e Clorinda? tratto dal libro VIII dei madrigali guerrieri e amorosi di Claudio Monteverdi e l?Histoire du Soldat di Igor Stravinsky. In scena, l?ensemble dell?Orchestra Filarmonica Salernitana ?Giuseppe Verdi? con Fabrizio Falasca al violino, Giovanni Rinaldi al contrabbasso, Gaetano Falzarano al clarinetto, Antonello Capone al fagotto, Raffaele Alfano alla cornetta, Nicola Ferro al trombone e Vincenzo D?Acunto alle percussioni, diretto da Renato Piemontese, che ha eseguito una particolare orchestrazione di Roberto De Simone, il quale ha trascritto l?opera di Monteverdi per gli stessi strumenti usati nell? Histoire du Soldat da Stravinsky, affidando il basso continuo alla tastiera di Giovanni Imparato, alla chitarra di Filippo D?Aglio e al basso elettrico di Leonardo Massa. Scena nuda, che ha salutato in Vincenzo Pirrotta, applaudito cuntista, il quale ha rappresentato nel siciliano del tempo, nobile e popolare allo stesso tempo, la storia dei due paladini, un?affermazione che la guerra resta negazione dell?Uomo. All?evidenza scenica corrisponde l?icasticità espressiva del canto: nessuna paura di piegare il declamato monteverdiano fino al realismo comico o drammatico del ?quasi parlato? e di riempirlo di tutta la vibrazione espressiva ch?esso contiene, da parte di un generosissimo Vincenzo Pirrotta e del cantastorie Raffaello Converso. Ne è venuto così fuori un Monteverdi per niente imbalsamato nella dignità accademica, dalle cui pagine Roberto De Simone e Renato Piemontese hanno estratto le enormi potenzialità teatrali dei personaggi, grazie anche alle voci dei protagonisti, il soprano Minni Diodati e il controtenore Enrico Vicinanza, che ne fanno l?unico equivalente shakespeariano di cui disponga il teatro italiano del Seicento. E? questa un?operazione teatrale e musicologica di prim?ordine, con una regia che non ha praticato certo sopraffazioni sul testo, non facendoci, naturalmente, trovare dinanzi ad una rinsecchita operazione di ?restauro? culturale. ?La felicità non è che il prolungamento sonoro di uno stato fortunato in cui siamo stati e che ci impedisce per un momento di sentire le dissonanze che sono dentro di noi? scrive Charles-Ferdinand Ramuz, il librettista dell?Histoire, che tra le mani di Igor Stravinsky diventa una sintesi di quel preciso periodo, quell?apertura del Novecento musicale che al suo principio eredita un repertorio di lessemi, sintagmi e stilemi che, all?interno della musica, assumono un ruolo ostensivo. ?Ostentano? con enfasi seducente ciò che da sempre si annida nella musica e ne è il motore: l?energia luciferina. Roberto De  Simone ha affidato a Vincenzo Pirrotta un vero e proprio laboratorio sul maligno e sulla parola, unitamente ai lettori Paolo Romano, Alessandro e Marco Caricchia, e ai couplets, una specie di coro greco, Maurizio Murano, Biagio Abenante ed Enrico Vicinanza. Attraverso il diavolo, De Simone schizza un apocalittico quadro della società di oggi, dominata dai tre poteri malefici, economico, politico e religioso, il diavolo ha il cappello dello zio Tom e indossa la casacca del cosacco, si trasforma in donna di malaffare e costruisce castelli di carte, il soldato veste la mantellina della prima guerra mondiale, il diavolo è in fez, camicia nera e orbace, ma la domanda viene spontanea: Si può nella società odierna vendere l?anima al diavolo? Il Faust di Goethe si salva dal patto diabolico perché la sua insoddisfazione lo porta verso l?alto. Sarà invece l?insoddisfazione a dannare il Soldato che giunge a constatare quanto ?non sia più il cibo che conta, bensì l?appetito?: simbolo di un?umanità globalizzata, robotica, una massa bigia e silenziosa, omertosa, che non ha più appetiti, che ormai non si pone più obiettivi assoluti, ideali. Un viaggio, questo, attraverso il teatro di Roberto De Simone - il quale ha salutato e, quasi ?benedetto?, dal palco di boccascena il pubblico, che gli ha tributato la dovuta standing ovation - dagli accenti esasperati, gli eccessi coloristici e le atmosfere surreali, correlate da una pulsazione ritmica geniale, che ha richiesto a strumenti e attori continue trasformazioni, sino ad arrivare alla danza finale, che ci ha scrollato il diavolo di dosso. Applausi per tutti e si replica ancora questa sera alle 18,30.
 

Olga Chieffi

positanonews.it, 5/10/2014

 


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