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05/10/2010

Daniel Oren e il genio della lampada. Fra luci ed ombre la prima del Barbiere di Siviglia al Teatro Verdi di Salerno

Guide Supereva, 10/05/2010

Cerimoniale di gala per la prima del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, sabato sera a Salerno, con il primo cittadino Vincenzo De Luca, sempre presente ad ogni performance di Daniel Oren, il quale ha ospitato nel suo palco l’ex presidente del consiglio Giuliano Amato, con a fianco la moglie Diana, genitori del regista che ha firmato l’opera Lorenzo Amato.

Ci eravamo chiesti in prova, come in una regia e in una scenografia ispirata, a detta del regista alle Mille e una Notte, potesse mancare il genio, l’extraumano, il demone.

Ed ecco che, dopo la prima parte dell’amatissima sinfonia rossiniana, si è aperto il sipario e sullo sfondo, a tutto schermo, si è materializzato il Maestro Daniel Oren, ripreso in diretta dalla telecamera montata nel golfo mistico.

Kippà in testa, che pure ha determinato indegne intolleranze razziali, quel che stupì fu l’inusitata foga e l’incontenibile gestualità del giovane maestro, prodigo di salti, soffi, improvvisi rannicchiamenti, battiti di piedi, fino ai suoi tipici voltapagina in cui la partitura può anche volare a brandelli, è il direttore adatto per il pubblico salernitano, al cui gusto e a quello personale del sindaco, Lorenzo Amato, con questa sconcertante apertura di sipario ha chinato schiena e testa.

Il demone romantico ha poi stritolato per intero l’esecuzione della partitura rossiniana, privata di leggerezza e chiarezza con continui contrasti per blocchi, intesi quale masse sonore compatte, lettura che può essere adatta ad opere romantiche e drammatiche.

Il ritmo ha sostanza fonetica, è “parola” sussurrata da strumento a strumento che si personalizza, circola, deve acquistare voce “borghesemente” umana.

Delusione per l’aria di sortita del Conte D’Almaviva, affidata alla fresca voce di Francesco Meli, quel piccolo capolavoro d’ironia, col battibecco dei fiati in risposta al solo patetico del clarinetto, e poi del flauto, sempre affidabile, di Antonio Senatore, annunciante la melodia “Ecco ridente cielo”.

Nel canto la melodia si effonde in melismi, poi muta di colpo in “Allegro” e qui ci siamo accorti che Meli è tenore generoso, dalla bella voce, sostenuto da tecnica pari, per eseguire quelle famigerate colorature, imposte da Rossini.

Il primo convinto applauso ha accompagnato l’entrata di Figaro, interpretato da Franco Vassallo.

E’ un Figaro stentoreo il suo, attraverso cui pone in risalto la sua potenza di voce, mai, quindi, libero dalla tradizione alla quale siamo avvezzi e carico di quella truculenza astiosa, in particolare negli attacchi, sempre “spinti”, e un po’ monocorde.

Equilibrata la Rosina di Elena Belfiore, forse con qualche concessione sentimentale di troppo, la quale alle difficoltà già insite nella cavatina “Una voce poco fa” in cui si tocca in basso il sol diesis sotto il rigo e in alto il sol diesis 4, ha voluto aggiungere di suo cadenze ancor più ardue, andando a sfociare in qualche legatura un po’ nel nasale, compromettendo l’assoluta eguaglianza dei suoni, e in particolare la loro sgranatura e congiunzione, che nelle grandissime diventa qualcosa di delicato ed espressivo.

E siamo a Don Basilio, uno splendido Lorenzo Regazzo, che ha portato brillantemente a termine la parte, dotato di voce da basso pieno, che ha schizzato musicalmente e teatralmente una mirabile aria della Calunnia.

Bruno Praticò Don Bartolo, ha dovuto affrontare uno dei pezzi più elaborati e vocalmente difficili, scritti da Rossini, “A un dottor della mia sorte”.

Se nella prima parte dell’aria, Praticò in qualche modo è riuscito a rendere dignitosamente la linea di canto dispettosa e imbronciata, nel velocissimo sillabato è purtroppo caduto.

Il finale del I atto, una trappola anche per i migliori direttori, si è rivelata tale anche per Daniel Oren, che non è riuscito a creare quel climax di attesa surreale, nella quale Rossini vuol trascinare il pubblico servendosi di quell’elementare procedimento basato su due immagini “onomatopeiche” altrettanto elementari: una melodia ondeggiante sull’ostinato dell’orchestra, quindi il consueto “parlato” sillabico, ripetute meccanicamente, a due riprese, come in una vertiginosa corsa circolare che non trova mai un punto d’arrivo, in cui l’organismo vocale-sinfonico è risultato completamente disunito.

Secondo atto decisamente superiore al primo, in cui ci sentiamo di menzionare Berta, Francesca Franci, interprete della celebre aria del sorbetto, gustosa parodia della zitella anziana e in particolare l’orchestra, ad eccezione dei primi violini, che non sentivamo così in forma da tempo, con strumentini protagonisti assoluti della vicenda unitamente ai cantanti, fiati che hanno salutato, oltre lo zoccolo duro dei Sarcina, Rufo, Senatore, Scannapieco, Procida, Ramunto, la new entry del suono della tromba Nello Salza, che è mancato a questa scoperta sezione fino ad oggi, e l’evocativo e avvolgente suono del primo corno Vladimiro Cainero.

Se la Siviglia moresca schizzata da Alfredo Troisi ha funzionato a meraviglia, l’idea di ambientazione da Mille e una Notte dichiarata da Lorenzo Amato, non regge in una vicenda in cui si tocca con mano la nascita dello spirito capitalistico, dello spirito borghese, che fa la differenza tra il Figaro mozartiano e quello rossiniano, quanto meno i movimenti scenici del primo atto con flauti a becco usati a guisa di traversieri e ottavini.

Figaro è il selfmademan che vuole ingrandire la sua bottega e tenta ogni impresa per denaro, è l’arrampicatore sociale.

La rocca moresca di Don Bartolo, si apre, si chiude, viene attaccata e conquistata, anche se da un cavaliere azzurro, che sa tenersi fuori dalla mischia e ottiene sempre ciò che vuole, senza geni e senza miti, ma praticamente con scale e chiavi: l’ “homme ouvert” di Bergson batte l’uomo di paura di Rahenau.

Applausi e rose per tutti ricambiati da un Oren con la mano sempre sul cuore.

Olga Chieffi
Guide Supereva - critica di musica classica di  Marco del Vaglio 10/05/2010 (http://guide.supereva.it)

 


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