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29/12/2009

Ormai mancava solo Aida all'albo d'oro del Verdi di Salerno

Il Mattino, 29/12/2009

Ormai mancava solo Aida all'albo d'oro del Verdi di Salerno. Solo la celebrata schiava etiope era assente dalla ricca galleria di personaggi che ormai stanno facendo la storia di questo teatro. Un problema da risolversi al più presto. Niente di meglio allora che la regia di Franco Zeffirelli a portata di mano, quella realizzata per Busseto nel 2001, per un palcoscenico piccolo come il Verdi, appunto, un lavoro consacrato con il premio Abbiati e largamente celebrato dalla critica nelle sue frequenti riprese. Per chi non l'avesse visto è un lavoro tutto da scoprire e godere. Un'occasione troppo ghiotta perché un uomo di teatro scaltro ed accorto come Daniel Oren potesse lasciarsela scappare. Peccato che Zeffirelli non sia presente in sala a godersi il caldo tributo di gratitudine del pubblico salernitano; il celebre regista affida il suo augurio al maestro israeliano. Rimane un po' d'amaro, ma in compenso lo spettacolo del grande regista è degno della sua firma, e mantiene intatti fascino e scorrevolezza. Certo la scena a volte sembra un po' ingombrante, i mastodontici monumenti di marca egizia dominano il campo visivo, e soprattuto si perde un po' il senso di quella grandeur tutta francese, da grandopéra insomma, cui la partitura strizza l'occhio continuamente; la scena della fatidica Marcia trionfale perde qualche punto, insomma, ma in così poco spazio era inevitabile.
L'Aida in formato cameristico di Zeffirelli punta di necessità tutto sul cesello prezioso di quei piccoli quadri del terzo e quarto atto, quando il dramma sfocia in momenti di delicata e raccolta poesia. A giovarsene è soprattutto l'Aida di Hui He, non potentissima forse, ma viva, suadente, pronta a modulare il suo canto in toni raccolti, l'artista cinese disegna un personaggio credibile dai contorni coerenti. Diversamente il resto del cast punta ad un tipo di vocalità più consueta, sempre disposto a sfoderare una vocalità prestante e di facile presa sul pubblico. È il caso del Radames di Carlos Ventre, potente e squillante quanto mai, pronto ad esibire tutto il suo splendore vocale in «Se quel guerrier io fossi» o nel duetto con Amneris a fine terzo atto, ma meno convincente in «O terra addio», il delicatissimo duetto finale dai toni sommessi e velati. Non diversamente si muove Ildiko Komlosi nelle vesti di Amneris pronta ad esprimere una vocalità di indubbia potenza e poco propensa a sfumare i toni.
A conti fatti appare più a suo agio Franco Vassallo nei panni di Amonasro, dalla vocalità fiera e limpida, in «Re,tu signore possente» ben controllato nella gestione del suono. Daniel Oren in testa alla Filarmonica Salernitana porta a termina la sua Aida con qualche sforzo. Alla fine del tour de force salernitano, il doppio impegno di Nabucco e Aida, sembra un po' provato. Tanto più che Aida non è Nabucco, è opera della maturità, dove l'orchestra è chiamata a ben altro ruolo, diversa partecipazione; Oren, d'altra parte, è come quegli atleti che consumano molta energia, poco inclini al risparmio; la sua è una direzione turgida, partecipe, non sempre uniforme, la pulizia non ha forse quel nitore inamidato delle migliori prestazioni, ma in compenso la sua lettura si accende di improvvisi e potenti bagliori, come nei due finali di primo e secondo atto, le due grandi scene corali dove torna particolarmente prezioso il contributo del coro diretto da Luigi Petrozziello. Oren è in buona compagnia e dall'altra parte l’orchestra risponde con la consueta generosità, senza mai privarsi di quella baldanza tutta sua che ne fa un complesso dal suono personale e caratteristico.

 Alfredo Tarallo
Il mattino 29/12/2009

 


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