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27/05/2010

Delicato e vivace L' elisir d'amore al Teatro Verdi di Salerno, un prelibato menù, non un aperitivo

Oltrecultura, 27/05/2010

Un elisir che sarà somministrato in due dosi, quello in cartellone al Teatro Municipale G.Verdi di Salerno: la prima adoperando principi attivi ben collaudati e di sicura efficacia, la seconda, invece, concedendo spazio alla sperimentazione di una nuova molecola.
La metafora farmacologica, stimolata, a dire il vero, dalla presenza di un regista colto e brillante come Michele Mirabella, che da anni è noto al grosso pubblico per il “suo” Elisir televisivo, nonché dal titolo donizettiano L'elisir d'amore, vuole riferire di come, nel breve volgere di poche settimane, il Teatro Salernitano presenterà li stesso Melodramma Giocoso con due differenti cast.
Specialisti stellari nella prima compagnia (26,28 e 30 maggio 2010) in cui Celso Albelo ha dato voce e verve a Nemorino e una deliziosa Ekaterina Syurina voce, brio e grazie alla vezzosa Adina.
I ruoli buffi hanno visti impegnati un insospettabile Belcore con la voce e la teatralità di Bruno Praticò e un solidissimo Dottor Dulcamara, interpretato da Lorenzo Regazzo.
Francesca Paola Natale, professionale come sempre, ha animato il personaggio di Giannetta; sul podio un Maestro dalla vocazione belcantista come Antonino Fogliani.
La raffinata, ma leggiadra regia di Mirabella si è avvalsa di scene e costumi, vivaci e naif, di Alida Cappellini e Giovanni Licheri: una ripresa del fortunatissimo allestimento realizzato per Teatro Lirico di Cagliari.
Il Coro del Teatro dell'Opera di Salerno è stato diretto con gusto e sapienza da Luigi Petrozziello.
Nella ripresa dell' 8,10 e 12 giugno 2010, invece, l'attesa è tutta per il giovane divo di Amici, Matteo Macchioni, a cui toccherà vedersela con ruolo di Nemorino, al suo fianco e con tanta disponibilità tutoriale, Aleksandra Kurzak, Alberto Gazale, Ambrogio Maestri e ancora Francesca Paola Natale, unica presenza musicale comune ai due cast, mentre dietro le quinte ancora il regista Mirabella; sul podio ci sarà il Direttore Artistico in prima persona, Daniel Oren, che, ne siamo certi, darà un propria personale lettura della partitura.
In pratica si potrà assistere a due diverse produzioni accomunate solo dalla regia, dalle scene e dai costumi: un indubbio motivo di interesse, al di là della curiosità per il debutto di Matteo Macchioni.
Comporre un’opera buffa, in Italia nei decenni centrali del XIX secolo deve essere stato difficile, persino imbarazzante.
Dopo oltre 150 anni di teatro musicale napoletano, in gran parte di buona fattura, all’indomani del tardivo ‘sdoganamento’ dei capolavori mozartiani sulle scene del Bel Paese (le Alpi talvolta risultano invalicabili per la cultura ancor più che per gli elefanti di Annibale!) e con l’eco persistente dei “crescendo” rossiniani, il melodramma aveva la necessità, pena la scomparsa, di imboccare nuove direttrici, di aprirsi alla contaminazione romantica.
Il solo Verdi volle e seppe percorrere la via maestra del romanticismo eroico, epico (con la sola tarda eccezione del Falstaff).
Bellini si era mostrato più incline a mettere la propria maestria melodica a servizio di ambientazioni e trame crepuscolari, ossianiche.
Gaetano Donizetti comprese quale fosse il ritardo accumulato dall’ Italia in campo musicale (e non solo) e quanto più originale e redditizio potesse risultare porre in musica commedie “alla francese” che facessero coesistere momenti sentimentali e situazioni da opera buffa tardo settecentesca.
Il musicista lombardo era in strettissimo contatto con Napoli fin dal 1822 e ricoprì dal 1828 al 1838 la carica di Direttore dei Teatri del Regno, fino a quando gli fu preferito Saverio Mercadante alla direzione del Reale Conservatorio, episodio che gli provocò una cocente delusione e un disamore per l’ambiente musicale partenopeo.
In ogni caso, in quegli anni un musicista avido di conoscenza come Donizetti avrà avuto occasione di visionare centinaia di partiture di opere e intermezzi buffi di scuola napoletana.
Il genere giocoso sentimentale venne definito “Comèdie larmoyante”, e i primi esempi si devono a Piccinni, non a caso un “napoletano” trapiantato in Francia, ma si trattava di opere più vicine alla forma dell’ intermezzo, per l’ esiguità dell’impianto scenico, la durata ed il numero dei protagonisti.
“Le philtre” di Scribe, musicato da Auber nel 1831, precedette di qualche mese l’Elisir di Donizetti e Felice Romani, ma nonostante la fretta (non si sa se sia stata composta proprio in 2 settimane, ma di certo non trascorse un mese), e benché Romani avesse attinto a piene mani direttamente dal libretto francese, l’opera di Donizetti risultò a tutti, contemporanei transalpini inclusi, di gran lunga superiore all’antesignano parigino, per ispirazione melodica, aderenza tra musica e libretto e vivacità teatrale.
In osservanza al modello progettuale prefissatosi, il maestro bergamasco fece interagire personaggi caratteristici del teatro galante rococò, come la locandiera Adina, con maschere da Commedia dell’ Arte come il medico-farmacista millantatore, che rimanda a Le devin du village di J.J.Rousseau, e al Colas di Bastien und Bastienne di Mozart.
Il delizioso “melodramma giocoso in due atti” su libretto (poesia) di Felice Romani fu composto per un teatro minore, il Teatro della Canobbiana, e andò in scena il 12 maggio 1832; il rapporto del compositore con Milano e con La Scala non era a quel tempo idilliaco e alcuni insuccessi pregressi scoraggiavano gli impresari dei grandi teatri italiani; la compagnia di canto, inoltre, a detta del musicista, non era quanto di meglio offrisse la piazza, ma si fece di necessità virtù.
La scena di apertura ci offre un coro di contadini festanti su un ritmo puntato molto danzante, l’ingresso di Nemorino è una cavatina in do maggiore in cui l’innamorato, sognante, osserva l’amata Adina intenta a leggere, pensate un po’, ridendo, la storia di Tristano e Isotta, definendola, riduttivamente, “una cronaca d’amore”.
Poche battute sono sufficienti a tratteggiare l’immagine di superficialità e di pochezza culturale della civettuola contadina affittavola e a introdurre l’elemento magico della vicenda, quel filtro d’amore che legò Tristano e Isotta e che le contadine sognano di possedere per legare a loro il giovane amato o per accalappiare il partito migliore.
Nel corso dell’opera gli interventi di Nemorino sono sempre piuttosto estranei al clima dominante della scena; egli canta dolente, estatico, sognante, nel bel mezzo di una festa danzante; quale migliore strumento teatrale per mostrare, evidenziandolo, l’elemento di novità che si è voluto introdurre nella forma del melodramma giocoso?
Quanta nobiltà d’animo e quanto candore ( e quanto poca autostima!) nella confessione “io son sempre un idiota, io non so che sospirar”, un innamorato che si sminuisce al cospetto di colei che “legge, studia, impara” e a cui “ non v’è cosa (...) ignota”.
I due rivali che si contendono i favori della “colta” e civettuola Adina sono disegnati per suscitare l’ilarità per contrasto: tronfio, borioso, retorico e goffo il “macho” Belcore; impacciato, timido, attanagliato da sindrome di inadeguatezza il contadino Nemorino.
Donizetti cesella il personaggio vocale di Nemorino, che rappresenta un’originalità nel contesto di un’opera buffa; lontano dal Paolino del “Matrimonio segreto” di Cimarosa, colto, astuto e che non deve conquistare la sua amata, bensì sottrarla ai disegni del genitore, così come il Lindoro del Barbiere rossiniano, nobile, astuto, è saldamente nelle grazie della donzella desiderata.
La linea vocale di Nemorino, pur non particolarmente spinta verso l’alto, si sviluppa prevalentemente nel registro medio-acuto costringendo, quasi, il cantante ad adottare il registro di falsetto per non produrre un canto di forza, stentoreo, stilisticamente inadeguato nonché decisamente sfibrante!
Così la tessitura della linea di canto ci restituisce un Nemorino efebico e lo consegna al repertorio dei tenori lirico-leggeri o, come si dice, “di grazia”.
A dispetto della sua fragilità, Nemorino è il vincente; la devota sensibilità (accompagnata da qualche cospicua eredità) avrà la meglio sulla muscolarità di Belcore, che ci fa pensare più ad un palestrato bulletto di periferia che ad un gladiatore da anfiteatro.
La regia di Mirabella ha restituito una Adina civettuola, ma meno interessata e pragmatica di quanto talvolta si è soliti mostrare; la messa in scena ha voluto sbalzare quella vittoria del fascino femminile persino sulle presunte o reali virtù magiche dell'elisir, supremazia di cui Dulcamara non può che prendere atto.
La grazia della agilissima e ben presente Ekaterina Syurina ha sicuramente avvalorato sia la scelta registica che quella musicale.
Bambinone come si conviene, invece, il Nemorino disegnato da Mirabella per un eccellente Celso Albelo, sempre sicuro nel registro acuto, in buona forma fisica, con lievisisme velature nel registro medio; non gradiamo particolarmente le riprese dei suoni, prassi degli anni che furono, di derivazione “violinistica” e che, se tornano di grande ausilio a cantanti esausti, non hanno ragion d'essere per voci nobili e svettanti, quali quella del simpatico tenore iberico. Perché fornire di grucce chi deambula, anzi, corre, agilmente?
Bruno Praticò ha portato sulla scena un Belcore “riservista”, data l'anagrafe, ma al grande buffo non manca la teatralità per ridisegnare il personaggio, colorandolo, concedendosi licenze musicali e battute “fuori ordinanza”.
Divertente, anche se , tornando alla dimensione televisiva, alle spalle del Sergente, ci si sarebbe aspettato comparire un eroe mascherato giustiziere dei poveri, pronto a disegnare una Zeta sulla divisa XXXL del gendarme, oppure una più recente pubblicità, che, rivolta al rivale in amore, Nemorino, rilevasse come a questi piacesse.. vincere facile!
Ma quando c'è humour e senso del teatro, occorre godersi lo spettacolo e così sia.
Lorenzo Regazzo si conferma basso buffo di grandi doti vocali e sceniche; ci ha rivelato di scegliere di fare esordire sempre con grande misura i personaggi che interpreta, per poi liberare una maggiore comunicativa giocosa, un po' saggiando le reazioni del pubblico e un po' volendo mantenersi tra le righe.
Così il suo Dulcamara è entrato in scena serio e nobile, quasi stentoreo, per poi , affabilmente, toccare le corde della comicità con grande perizia vocale e scenica.
A Giannetta spetta il compito di introdurre l'opera e di comunicare l'evento-sorpresa dell'improvvisa eredità, Paola Francesca Natale ha ben caratterizzato il personaggio, senza cedere alla tentazione di connotarlo come rivale, nemmeno da invidia inconscia, di Adina, nonostante la regia la mostri. in una scena, cingersi il capo con la tovaglia del banchetto, quasi alla maniera di velo nuziale: delicato.
Fogliani è un solido direttore, la lettura è stata spigliata e gli equilibri tra le voci e la buca ben raggiunti; provare a ridurre il vibrato degli archi è impresa ardua per tutti e Antonino, forse per saggia consapevolezza, non ci ha provato più di tanto; avrebbe snaturato il carattere del suono dell'Orchestra Salernitana, senza poterne costruire uno alternativo in breve tempo.
Una vera chicca è stata la citazione del leitmotiv di Tristan un Isolde (opera composta ben trentatré anni dopo la prima di Elisir), che il direttore ha voluto fare apparire, eseguita dal continuo.
Detto della bella prova del Coro, vale la pena dare merito ai movimenti coreografici, curati da Pina Testa e notare la ricchezza e la fantasia dei costumi, al punto da fare indossare abiti alla orientale alle cameriere dell'osteria, quasi si intonassero all generose concessioni degli abbigliamenti delle odalische che aprono la carovana di Dulcamara.
Repliche il 28 e il 30 maggio 2010.

Dario Ascoli
Oltrecutlura, 27/05/2010 (www.oltrecultura.it)

 

 


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