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28/05/2010

Salerno Un Elisir d'amore della premiata ditta Regazzo e Albelo

Positano News, 28/05/2010

Trionfo per l’opera di Gaetano Donizetti al teatro Verdi, grazie alla lettura accorta di Antonino Fogliani alla guida dell’ Orchestra Filarmonica Salernitana. Tra gli strumentini sugli scudi il fagotto di Raffaele Ramunto

L’altra sera ha avuto luogo al teatro Verdi di Salerno la prima recita dell’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti. Il viso sornione di Gaetano Donizetti è sembrato mostrarsi un attimo solo alla ribalta, fra le pieghe del sipario, quasi ad incontrare il volto ironico di Gioacchino Rossini effigiato sul cielo del nostro massimo ed ecco gli applausi scrosciare. Quest’opera è in effetti una trasposizione in chiave bonaria della lezione di Rossini. La causticità, la caricatura spietata cedono, in Donizetti, all’affabilità. Ma è innegabile la presenza di procedimenti rossiniani in taluni momenti. L’entrata di Belcore, affidata alla voce esperta e consumata di Bruno Praticò “Come Paride vezzoso” ricorda, con una melodia larga e ondulata la sortita di Dandini. Anche il duetto Nemorino-Dulcamara “Obbligato, sì obbligato, che è stato perfettamente eseguito dalla coppia d’ eccezione composta da Celso Albelo e Lorenzo Ragazzo rivela un ingrediente della comicità rossiniana quando la splendida voce del tenore s’espande nella melodia, mentre il buffo sosta sulle note ribattute del “parlante”. D’altronde Dulcamara è un grande personaggio. Irrompe nell’esistenza d’una comunità con tanto peso da far ribollire il letargico tempo d’un villaggio. Ragazzo ne ha messo incisivamente in mostra le caratteristiche teatralmente e musicalmente: duttilità, opportunismo, non privo di una bonomia di fondo, che emerge nella barcarola a due voci con Adina “Io son ricco tu sei bella”, melodia piacevolmente popolaresca. Adina, che ha salutato l’interpretazione di Ekaterina Siurina, per buona metà del primo atto leggermente sotto tono, e Belcore, spiccano meno di Nemorino e Dulcamara, ma integrano e stimolano: la Siurina  ha schizzato una fittaiuola tutta bollicine, mettendo in mostra padronanza assoluta degli acuti e delle agilità, in particolare nel secondo atto, cedendo a Nemorino con innata dolcezza melanconica come nel cantabile “Prendi, per me sei libero”, sciorinata con un’emissione musicalissima, capace di stupefacenti mezze voci che ha saputo colorare di trepidante intensità; il Belcore di Bruno Praticò, nonostante caratterizzato da una recitazione sopra le righe, è sembrato claudicante in certe fiorettature, scale discendenti in funzione di “mezza cadenza”, e in particolare in quegli svolazzi a sestine, ove il pur bravo baritono è andato avanti unicamente per “mestiere”. Non è mancato lo sfondo della pittoresca parte corale ben tratteggiata dal coro guidato dal M° Luigi Petrozziello, così come dignitosa è risultata la Giannetta di Francesca Paola Natale. Abbiamo veramente sentito l’orchestra filarmonica Salernitana posseduta da Gaetano Donizetti, con un’intimità che definiremmo matrimoniale, grazie alla lettura equilibrata e accorta senza impennate, di Antonino Fogliani, mentre non possiamo dir lo stesso della banda di palcoscenico sferragliante e imprecisa. Penetrata in pieno questa partitura fatta per piacere a una società costumata e maliziosa, che non vuole essere scienza, come abbiamo sentito nella citazione voluta da Fogliani della dirompente melodia basata su quell’ininterpretabile Tristan Accorde wagneriano, che inaugura l’era musicale moderna, ma arte piena di dolcezze riottose, di effusioni commosse, di ironie vereconde e di tutta un’allegria quasi misteriosa e chiusa in uno splendore velato, che giunge sino a noi come l’eco di un secolo morto. L’esecuzione, là dove non fu troppo efficace, fu esatta e piena di buona volontà: bene gli archi anche se a volte dal vibrato ridondante, che non si addice a questa partitura, ancora di passaggio e come ormai ci hanno abituato, legni uber alles, con menzione per il primo fagotto Raffaele Ramunto che ha offerto l’imprinting all’attesissima aria “Una furtiva lagrima”, che ha rivelato la crescita del nostro giovane Celso Albelo. Celso canta gli acuti s’impadronisce della nota, non la strappa oltre il segno, sembra la palpi sulla punta delle dita, che se ne innamori. Applausi e richiesta di bis dopo l’aria, ma nulla da fare, si è proceduti spediti verso il gran finale. Michele Mirabella è riuscito a divertire il pubblico, con i suoi colori, i suoi particolari, come il galletto segnavento che gira vorticosamente sulla casa con Adina e Nemorino sotto il tavolo del banchetto a tubare, ma nulla più. Eccessivamente sovraccarico e discorsivo il palcoscenico ( dei danzatori e dei bambini, in particolare, se ne poteva fare a meno), così come è risultato sovrabbondante di fronzoli anche il personaggio di Nemorino, con Albelo che ha dovuto fare di tutto, cantare, fare il saltimbanco, l’arrapato, quasi diventando lo zimbello del paese. Indovinato, invece, il personaggio di Dulcamara, a metà tra il pensatore quiz di Indietro Tutta e lo scienziato pazzo del film Ritorno al futuro. Mediocre la scenografia con una specie di articolata casa di Barbie, incorniciata da due mulini bianchi e una “apparata” di farfalle, spaccati di magioni rimaste per altro deserte per metà del secondo atto. Applausi e rose per tutti, aspettando Matteo Macchioni, presentatosi diligentemente in teatro con lo spartito tra le mani..

Olga Chieffi

Positano News, 28/05/2010 (www.positanonews.it)

 


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